05 Dicembre 2022

16. L'11 SETTEMBRE DEL CILE

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«Per una settimana il paese rimase fuori dal mondo, mentre circolavano i carri armati e i soldati irrompevano negli edifici. Lo stadio risuonava dei rumori delle esecuzioni e i corpi rimanevano accatastati lungo le strade o galleggiavano sul fiume. I centri di tortura lavoravano a pieno regime, vennero fatti falò di libri sovversivi, i soldati tagliavano le gambe dei pantaloni delle donne urlando: “In Cile le donne portano la gonna”. I poveri tornarono alla loro condizione naturale, e gli uomini di mondo, a Washington e nelle sale della finanza internazionale, aprirono i loro libretti di assegni». (William Blum)117
Negli anni seguenti all'attentato terroristico delle Twin Towers (New York 2001), i movimenti di sinistra si sono spesi per mantenere la memoria di un 11 settembre diverso da quello ricordato dalla propaganda statunitense. È la storia dell'11 settembre 1973, quando
«diverse bombe e molti proiettili fa nel palazzo de La Moneda moriva Salvador Allende. Da quell’11 settembre 1973, fino al marzo 1990, per diciassette odiosi anni la dittatura di Augusto Pinochet governò impunita, torturando, reprimendo, uccidendo. Quel giorno di settembre il piano dell’Operazione Condor poteva dirsi riuscito e il piano per rovesciare il parlamento cileno era entrato nella sua fase finale, obiettivo: abbattere un governo democraticamente eletto ed instaurare un regime dittatoriale. In quelle ore di drammatica violenza e feroce tristezza, come le ha definite ultimamente Luis Sepúlveda, il presidente Allende decise di resistere. Nelle oltre sei ore di resistenza, Allende partecipò attivamente alla battaglia, sparando contro il nemico con l’AK47 regalatogli da Fidel Castro e col quale si toglierà la vita. Lui, Allende, rivoluzionario convinto che fece la rivoluzione senza sparare un colpo, con la costituzione in mano ed il socialismo nella testa, resistette per oltre sei ore nel palazzo presidenziale, in maniche di camicia e con un caschetto da minatore in testa».
Come spiega Gennaro Carotenuto,
«tali dettagli, confermati dai sopravvissuti, sono spesso negati dai partiti, in particolare quello socialista, che ha preferito edulcorare meticolosamente la figura di Allende in molti punti, rappresentandolo come una sorta di agnello sacrificale, buono come padre nobile per la stagione della Concertazione solo se spogliato della propria radicalità di marxista che credeva fermamente si potesse arrivare al socialismo in pace e democrazia. In particolare viene oscurata l’amicizia con Cuba e con Fidel Castro e la relazione con la guerriglia marxista argentina dell’ERP. Le foto di Allende che spara dal secondo piano della Moneda sono di fatto introvabili».118
Nel frattempo Santiago del Cile, i suoi lavoratori, i suoi giovani e i sostenitori dell’Unidad Popular difendono la città, le strade e le fabbriche con quello che hanno. La storia di quelle tragiche ore diventa cronaca di un golpe, maledettamente spietato e scientificamente orchestrato. All’alba dell’11 settembre la marina occupa i posti strategici di Valparaíso e comincia ad arrestare dirigenti politici e sindacali. Prosegue Carotenuto119:
«Il golpe (preceduto da un primo tentativo il 29 giugno) fu reso possibile da uno stratagemma. Il governo Allende si stava rafforzando nel paese, aveva vinto bene le amministrative di febbraio, stava realizzando il proprio programma e i dati macroeconomici erano in forte miglioramento. Tuttavia, di fronte alla polarizzazione della politica cilena e alle manovre di destabilizzazione il Presidente aveva deciso di annunciare un referendum sul suo governo, rendendosi disponibile a rinunciare a metà mandato in caso di risultato avverso. Al di là del possibile risultato il semplice annuncio del referendum avrebbe delegittimato il golpe rendendolo impossibile. L’annuncio, in una trasmissione a reti unificate, doveva essere dato il 10 settembre 1973. Solo dopo le enormi insistenze di Augusto Pinochet, da pochissimo nuovo Capo di Stato Maggiore, Allende aveva accettato di rinviare al 12 settembre, ventiquattro ore dopo la data già prevista per il Colpo di Stato. Il golpe non fu la conseguenza del caos (come in Argentina) o della sconfitta della guerriglia (come in Uruguay). Avvenne in un paese polarizzato ma ordinato, governato nel rispetto della Costituzione e sostanzialmente in pace. A partire dal 1961 (presidente John F. Kennedy) la Casa Bianca aveva iniziato a lavorare per impedire che Allende arrivasse alla presidenza. La cosa era riuscita nel 1964, fallì nel 1970. Da quel momento, il governo degli Stati Uniti lavorò per sovvertire le istituzioni democratiche in Cile. La ricerca di interlocutori golpisti nell’esercito e nell’aristocrazia cilena da parte del governo e dei servizi degli Stati Uniti, la “guerra psicologica”, il soffiare sul fuoco del golpe, istigarlo e poi difenderlo con ogni mezzo, è altrettanto indiscutibile e attestato in innumerevoli documenti cominciati a pubblicare a Washington fin dal 1975. Continuare a instillare il dubbio è insensato o in malafede. Al contrario: non è mai esistito un golpe da parte di Unidad Popular e Salvador Allende, quest’ultimo scrupoloso e irriducibile nel rispetto delle istituzioni fino al sacrificio finale. Tutta la propaganda sulla presenza di 35.000 (sic) addestratori cubani, un arsenale di 45.000 pistole, 12.000 kalashnikov e 500 bazooka e il fantomatico Plan Zeta (il golpe di Allende) erano pure invenzioni costruite a tavolino per destabilizzare prima e giustificare poi il golpe contro un governo di matrice marxista che, pur andando avanti in mille campi, mai smantellò le istituzioni liberaldemocratiche o violò la costituzione vigente. A partire dal 1984 il generale pinochetista Gustavo Leigh si vantava pubblicamente di quanto fosse stato facile inventare tutto di sana pianta trovando media compiacenti in patria e fuori. La memoria è breve: identiche fandonie, migliaia di cubani armati fino ai denti e l’autogolpe in arrivo, furono usate in altre occasioni, come in Venezuela per giustificare il fallito golpe contro Hugo Chávez l’11 aprile 2002. Non era stata preparata una resistenza armata al golpe (Allende voleva innanzitutto evitare una guerra civile avendo in mente quella di Spagna). Lo testimonia il fatto che esistessero solo piccoli apparati militari di tutti i partiti di UP, Partito Socialista, Partito Comunista, Sinistra Cristiana oltre al MIR (Movimento Sinistra Rivoluzionaria), che fino a quel momento aveva realizzato piccole azioni di propaganda armata. Ognuno di questi apparati possedeva non più di 100-150 kalashnikov e aveva inviato poche decine di militanti in paesi socialisti (soprattutto la Cecoslovacchia e Cuba) per ottenere addestramento militare. L’11 settembre i partiti mancarono completamente agli obiettivi limitati ai quali quegli uomini erano destinati: difesa della Moneda e scorta dei dirigenti verso rifugi sicuri. Lasciarono così Allende ed un pugno di uomini nella Moneda senza alcun appoggio esterno, mentre la popolazione (ancora il 4 settembre milioni di militanti avevano riempito le piazze in appoggio al governo) fu invitata a restare a casa. La mancata difesa della Moneda è uno dei segreti sui quali più alta si alza la cortina di fumo dei partiti eredi di UP, in particolare del Partito Socialista».
È una Resistenza eroica degna di un romanzo romantico (quale in effetti diventerà in un episodio de La casa degli spiriti, primo romanzo della figlia Isabel Allende):
«Poche ore dopo, Allende pronunciò il primo dei suoi cinque discorsi alla nazione. Al generale Van Schowen, che gli proponeva un aereo per lasciare il paese assieme alla famiglia, gli fece rispondere: “Il presidente del Cile non scappa in aereo; che egli sappia comportarsi da soldato, che io saprò compiere il mio dovere come presidente della Repubblica”. E gli diede la sua parola. La situazione però precipitava velocemente e alle 9 del mattino tutte le Forze Armate si erano sollevate, mentre il palazzo presidenziale cominciava ad essere circondato dai militari e dai mezzi blindati. Il colpo di stato era nelle sue fasi cruciali e l’esperimento del socialismo cileno si stava consumando nel sangue, e con esso le speranze di un paese intero. A quell’ora, in quel momento, Allende sapeva che ormai ogni speranza era diventata vana e che qualsiasi tentativo insurrezionale si sarebbe trasformato in una carneficina. Di fronte all’infamia dei traditori restava solo l’onore dei giusti. Gridò alla radio: “Pagherò con la vita la mia lealtà al popolo”. E diede al popolo cileno la sua parola di presidente e uomo libero. Nella Moneda si trovavano poche decine di collaboratori stretti di Allende, dei quali meno di una ventina erano combattenti dei GAP (Gruppo Amici del Presidente), in grado di tenere in scacco l’esercito meglio addestrato del Continente per molte ore. Nella “battaglia della Moneda”, nonostante la pesantezza del fuoco nemico, gli unici due morti di parte democratica furono due suicidi, Augusto Olivares e Salvador Allende. Verso l’una i militari cominciarono a fare irruzione a La Moneda dove Allende resisteva con alcuni dei suoi uomini più fidati. Ordinò ai suoi la resa, mentre lui rimase indietro. Il presidente rivoluzionario, che fece la rivoluzione senza sparare un colpo, per la prima volta sparò. Suicidandosi. Qualche ora prima, il presidente Salvador Allende aveva detto: “Io da qui non esco vivo”. Anche in quell’istante aveva dato la sua parola».120
Infine:
«Dopo la resa e il suicidio del presidente, tutti i GAP, salvo per motivi casuali tre di loro, furono legati con filo spinato, torturati e assassinati nelle ore successive. Erano tutti o quasi di estrazione popolare. Agli altri sopravvissuti andò meglio. Erano ministri, consiglieri, stretti collaboratori, persone di grande valore ma in genere di estrazione borghese. La dittatura ritenne di risparmiare loro la vita. […] Augusto Pinochet ha sulla coscienza l’assassinio e spesso la sparizione di circa 3.500 persone, due terzi delle quali nei primi mesi dopo il golpe. Pinochet stuprò un intero paese in molti modi, ma non c’è alcun bisogno di arrotondare a 10.000, 30.000, un milione. In un paese dove non era in corso alcuna guerra, l’assassinio di 3.500 persone inermi resta una barbarie inemendabile».121
117. W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, cit, p. 318.
118. A. Bonvini, L’ultimo giorno di Salvador Allende, il presidente che morì resistendo, Ilcorsaro.info, 11 settembre 2013.
119. G. Carotenuto, Cile: piccolo vademecum su miti, errori, menzogne ed omissioni sull’11 settembre 1973, Gennarocarotenuto.it, 9 settembre 2013.
120. A. Bonvini, L’ultimo giorno di Salvador Allende, il presidente che morì resistendo, cit.
121. G. Carotenuto, Cile: piccolo vademecum su miti, errori, menzogne ed omissioni sull’11 settembre 1973, cit.

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