29 Settembre 2020

11.2. ALLA VIGILIA DELL'OPERAZIONE BARBAROSSA

«Sul tema della guerra oggi si assiste ad un vero e proprio ribaltamento. Sia chiaro, Stalin continua a mostrare tratti satanici, ma non già per aver creduto alla solidità o all'eternità del patto di non aggressione, ma al contrario per aver programmato con largo anticipo lo scontro col Terzo Reich e l'invasione della Germania, tempestivamente prevenuta da Hitler mediante lo scatenamento dell'Operazione Barbarossa. Si cita a questo proposito il discorso di Stalin ai diplomati delle accademie militari e che qui, per ragioni di brevità, riporto nella sintesi contenuta nel diario di Dimitrov: “La nostra politica di pace e di sicurezza è allo stesso tempo una politica di preparazione alla guerra. Non c'è difesa senza attacco. Bisogna educare l'esercito nello spirito dell'attacco. Bisogna prepararsi alla guerra”.
È il 5 maggio 1941, il giorno stesso in cui Stalin riunisce nella sua persona le massime cariche del partito e dello Stato, in previsione, evidentemente, dello scontro frontale col Terzo Reich. Abbiamo visto il Rapporto Chruščev descrivere in termini catastrofici l'impreparazione militare dell'Unione Sovietica, il cui esercito, in alcuni casi, sarebbe stato sprovvisto persino di fucili. Direttamente contrapposto è il quadro emergente da uno studio che sembra pervenire dagli ambienti della Bundeswehr e che comunque fa largo uso dei suoi archivi militari. Vi si parla della “molteplice superiorità dell'Armata Rossa in carri armati, aerei e pezzi d'artiglieria”; d'altro canto, “la capacità industriale dell'Unione Sovietica aveva raggiunto dimensioni tali da poter procurare alle forze armate sovietiche un armamento pressoché inimmaginabile”. Esso cresce a ritmi sempre più serrati man mano che ci si avvicina all'Operazione Barbarossa. Un dato è particolarmente eloquente: se nel 1940 l'Unione Sovietica produceva 358 carri armati del tipo più avanzato, nettamente superiori a quelli disponibili dagli altri eserciti, nel primo semestre dell'anno successivo ne produceva 15.035. D'altro canto, già un decennio fa una storica statunitense fieramente anticomunista ha inferto un duro colpo al mito del crollo e della fuga dalle sue responsabilità da parte del dirigente sovietico subito dopo l'inizio dell'invasione nazista: “per quanto scosso, il giorno dell'attacco Stalin indisse una riunione di undici ore con capi di partito, di governo e militari, e nei giorni successivi fece lo stesso”.
Ma ora abbiamo a disposizione il registro dei visitatori dell'ufficio di Stalin al Cremlino, scoperto agli inizi degli anni novanta: risulta che sin dalle ore immediatamente successive all'aggressione il leader sovietico si impegna in una fittissima rete di incontri e iniziative per organizzare la resistenza. Sono giorni e notti caratterizzati da un'“attività […] estenuante”, ma ordinata. In ogni caso, “l'intero episodio [raccontato da Chruščev] è totalmente inventato”, questa “storia è falsa”. L'Operazione Barbarossa non provoca né panico né isteria. Leggiamo la nota di diario e la testimonianza di Dimitrov: “Alle 7 di mattina mi hanno chiamato con urgenza al Cremlino. La Germania ha attaccato l'URSS. È iniziata la guerra […] Sorprendente calma, fermezza, sicurezza in Stalin e in tutti gli altri”. Ancora di più colpisce la chiarezza di idee. Non si tratta solo di procedere alla “mobilitazione generale delle nostre forze”.
È necessario anche definire il quadro politico: Sì, “solo i comunisti possono vincere i fascisti”, ponendo fine all'ascesa apparentemente irresistibile del Terzo Reich, ma non bisogna perdere di vista la reale natura del conflitto: “I partiti sviluppano sul posto un movimento in difesa dell'URSS. Non porre la questione della rivoluzione socialista. Il popolo sovietico combatte una guerra patriottica contro la Germania fascista. Il problema è la disfatta del fascismo, che ha asservito una serie di popoli e tenta di asservire anche altri popoli”.
La strategia politica che avrebbe presieduto alla Grande Guerra Patriottica è già ben delineata. D'altro canto, a coloro che scolasticamente contrapponevano patriottismo e internazionalismo, Stalin e il gruppo dirigente sovietico avevano provveduto a rispondere già prima dell'aggressione hitleriana, come risulta sempre dalla testimonianza di Dimitrov: “Bisogna sviluppare l'idea che coniuga un sano nazionalismo, correttamente inteso, con l'internazionalismo proletario. L'internazionalismo proletario deve poggiare su questo nazionalismo nei singoli paesi […] Tra il nazionalismo correttamente inteso e l'internazionalismo proletario non c'è e non può esserci contraddizione. Il cosmopolitismo senza patria, che nega il sentimento nazionale e l'idea di patria, non ha nulla da spartire con l'internazionalismo proletario”. L'internazionalismo e la causa internazionale dell'emancipazione dei popoli avanzavano concretamente sull'onda delle guerre di liberazione nazionale, rese necessarie dalla pretesa di Hitler di riprendere e radicalizzare la tradizione coloniale, assoggettando e schiavizzando in primo luogo le presunte razze servili dell'Europa orientale. Sono i motivi ripresi nei discorsi e nelle dichiarazioni pronunciati da Stalin nel corso della guerra: essi costituirono “significative pietre miliari nella chiarificazione della strategia militare sovietica e dei suoi obiettivi politici e giocarono un ruolo importante nel rafforzare il morale popolare”; ed essi assumono un rilievo anche internazionale, come osserva contrariato Goebbels a proposito dell'appello radio del 3 luglio 1941, che “suscita enorme ammirazione in Inghilterra e negli Usa”.
Persino sul piano della condotta militare vera e propria il Rapporto Segreto ha smarrito ogni credibilità. Secondo Chruščev, incurante degli “avvertimenti” che da più parte gli provenivano circa l'imminenza dell'invasione, Stalin va irresponsabilmente incontro allo sbaraglio. In realtà - chiariscono studi recenti - egli è costretto a districarsi tra due gigantesche manovre di diversione e di disinformazione. Il Terzo Reich si impegna massicciamente a far credere che l'ammassamento di truppe ad Est sia solo una copertura per l'invasione dell'Inghilterra, che appare tanto più credibile dopo la conquista dell'isola di Creta. “L'intero apparato statale e militare è mobilitato” - annota compiaciuto Goebbels sul suo diario (31 maggio 1941) - per inscenare “la prima grande ondata mimetizzatrice” dell'Operazione Barbarossa. Ecco allora che “14 divisioni sono trasportate ad Ovest”; per di più tutte le truppe schierate sul fronte occidentale sono messe in stato di massima allerta. Circa due settimane dopo l'edizione berlinese del Völkischer Beobachter pubblica un articolo che addita l'occupazione di Creta come modello per l'occupazione dell'Inghilterra: poche ore dopo il giornale è sequestrato per rafforzare l'impressione di un segreto di enorme importanza e maldestramente tradito. Il giorno dopo (14 giugno) Goebbels annota sul suo diario: “Le radio inglesi dichiarano già che il nostro spiegamento contro la Russia è solo un bluff, dietro il quale cercavamo di nascondere i nostri preparativi per l'invasione [dell'Inghilterra]”.
Non bisogna sottovalutare neppure l'altra campagna di disinformazione. Se da un lato comunica a Mosca le informazioni relative all'Operazione Barbarossa, dall'altro la Gran Bretagna diffonde voci su un imminente attacco dell'URSS contro la Polonia e in ultima analisi contro la Germania. È evidente l'interesse a rendere inevitabile o far precipitare il più rapidamente possibile il conflitto tedesco-sovietico. Ben si comprendono la cautela e la diffidenza di Stalin. Tanto più che il 10 maggio 1941 c'era stato il misterioso volo in Inghilterra di Rudolf Hess, chiaramente animato dalla speranza di ricostituire l'unità dell'Occidente nella lotta contro il bolscevismo: era in agguato il pericolo di una riedizione di Monaco su scala ben più larga e ben più tragica. Pur muovendosi con circospezione in una situazione assai aggrovigliata, Stalin procede ad una “accelerazione dei suoi preparativi di guerra”. In effetti, “tra maggio e giugno sono richiamati 800.000 riservisti, a metà maggio 28 divisioni sono dislocate nei distretti occidentali dell'Unione Sovietica”, mentre procedono a ritmo serrato i lavori di fortificazione delle frontiere e di camuffamento degli obiettivi militari più sensibili. “Nella notte tra 21 e il 22 giugno questa vasta forza fu messa in allarme e chiamata a prepararsi per un attacco di sorpresa da parte dei tedeschi”.»68
68. Ibidem.