30 Ottobre 2020

11.3. UN'EUFORIA DI BREVE DURATA

«Per screditare Stalin, Chruščev insiste sulle spettacolari vittorie iniziali dell'esercito invasore. Sennonché esse - osserva un illustre studioso britannico di storia militare — si spiegano agevolmente con la geografia: “L'estensione del fronte - 1800 miglia - e la scarsità di ostacoli naturali offrivano all'aggressore immensi vantaggi per 1'infiltrazione e la manovra. Nonostante le dimensione colossali dell'Armata Rossa, il rapporto tra le sue forze e lo spazio era così debole che le unità meccanizzate tedesche potevano trovare agevolmente le occasioni di manovre indirette alle spalle del loro avversario. Inoltre, le città largamente distanziate e dove convergevano strade e ferrovie offrivano all'aggressore la possibilità di puntare su obiettivi alternativi, mettendo il nemico nella difficile situazione di indovinare la reale direzione di marcia e di affrontare un dilemma dopo l'altro”.
D'altro canto, non bisogna lasciarsi abbagliare dalle apparenze: a ben guardare, il progetto del Terzo Reich di rinnovare ad Est il trionfale Blitzkrieg realizzato ad Ovest comincia a rivelarsi problematico già nelle prime settimane del gigantesco scontro. A tale proposito illuminanti risultano i diari di Joseph Goebbels. All'immediata vigilia dell'aggressione egli sottolinea l'irresistibilità dell'imminente attacco tedesco, “senza dubbio il più poderoso che la storia abbia mai conosciuto”; nessuno potrà seriamente contrastare “il più forte schieramento della storia universale”. Poi conclude: “Siamo dinanzi ad una marcia trionfale senza precedenti […] Considero la forza militare dei russi molto bassa, ancora più bassa di quanto la consideri il Führer. Se c'era e se c'è un'azione sicura, è questa”.
Ma bastano dieci giorni di guerra per modificare in modo radicale il quadro della situazione, come emerge da un'annotazione del 2 luglio: “Nel complesso, si combatte molto duramente e ostinatamente. Non si può in alcun modo parlare di passeggiata. Il regime rosso ha mobilitato il popolo”.
Gli avvenimenti incalzano e l'umore di Goebbels e dei dirigenti nazisti muta radicalmente, anzi precipita. 24 luglio: “Non possiamo nutrire alcun dubbio sul fatto che il regime bolscevico, che esiste da quasi un quarto di secolo, ha lasciato profonde tracce nei popoli dell'Unione Sovietica […] Sarebbe dunque giusto mettere con grande chiarezza in evidenza, dinanzi al popolo tedesco, la durezza della lotta che si svolge ad Est. Bisogna dire alla nazione che questa operazione è molto difficile, ma che possiamo superarla e che la supereremo”.
1 e 19 agosto: “Nel quartier generale del Führer […] apertamente si ammette anche che ci si è un po' sbagliati nella valutazione della forza militare sovietica. I bolscevichi rivelano una resistenza maggiore di quella che supponessimo; soprattutto i mezzi materiali a loro disposizione sono maggiori di quanto pensassimo […] Il Führer è intimamente molto irritato con se stesso per il fatto di essersi lasciato così ingannare sul potenziale dei bolscevichi dai rapporti [degli agenti tedeschi] dall'Unione Sovietica. Soprattutto la sua sottovalutazione dei carri armati e dell'aviazione del nemico ci ha creato molti problemi. Egli ne ha sofferto molto. Si tratta di una grave crisi”.
Anche la storiografia più recente sottolinea le difficoltà impreviste in cui in Unione Sovietica subito si imbatte una macchina da guerra poderosa, sperimentata e circonfusa del mito dell'invincibilità. È “particolarmente significativa per l'esito della guerra orientale la battaglia di Smolensk della seconda metà di luglio del 1941 (finora rimasta nella ricerca ampiamente coperta dall'ombra di altri accadimenti)”.
L'osservazione è di un illustre storico tedesco, che riporta poi queste eloquenti note di diario stese dal generale von Bock il 20 e il 26 luglio: “Il nemico vuole riconquistare Smolensk ad ogni costo e vi fa giungere sempre nuove forze. L'ipotesi espressa da qualche parte che il nemico agisca senza un piano non trova riscontro nei fatti […]. Si constata che i russi hanno portato a termine intorno al fronte da me costruito in avanti un nuovo compatto spiegamento di forze. In molti punti essi tentano di passare all'attacco. Sorprendente per un avversario che ha subito simili colpi; deve possedere una quantità incredibile di materiale, infatti le nostre truppe lamentano ancora adesso il forte effetto dell'artiglieria nemica”.
Ancora più inquieto e anzi decisamente pessimista è l'ammiraglio Canaris, dirigente del controspionaggio, che, parlando col generale von Bock il 17 luglio, commenta: “Vedo nero su nero”. Non solo l'esercito sovietico non appare allo sbando neppure nei primi giorni e nelle prime settimane dell'attacco e anzi oppone “tenace resistenza”, ma esso risulta ben guidato, come rivela fra l'altro “la risolutezza di Stalin di arrestare l'avanzata tedesca nel punto per lui determinante”. I risultati di questa accorta guida militare si rivelano anche sul piano diplomatico: è proprio perché “impressionato dall'ostinato scontro nell'area di Smolensk” che il Giappone, lì presente con osservatori, decide di respingere la richiesta del Terzo Reich di partecipazione alla guerra contro l'Unione Sovietica. L'analisi dello storico tedesco fieramente anticomunista è confermata in pieno da studiosi russi sull'onda del Rapporto Chruščev distintisi quali campioni della lotta contro lo “stalinismo”: “I piani del Blitzkrieg [tedesco] erano già naufragati alla metà di luglio”. A lungo letta come espressione di insipienza politico-militare o addirittura di cieca fiducia nei confronti del Terzo Reich, la condotta estremamente cauta di Stalin nelle settimane che precedono lo scoppio delle ostilità appare ora in una luce del tutto diversa: “Il concentramento delle forze della Wehrmacht lungo il confine con l'URSS, la violazione dello spazio aereo sovietico e numerose altre provocazioni avevano un unico scopo: attirare il grosso dell'Armata Rossa il più vicino possibile al confine. Hitler intendeva vincere la guerra in una singola gigantesca battaglia”.
A sentirsi attratti dalla trappola sono persino valorosi generali che, in previsione dell'irruzione del nemico, premono per un massiccio spostamento di truppe alla frontiera: “Stalin respinse categoricamente la richiesta, insistendo sulla necessità di mantenere riserve di vasta scala a considerevole distanza dalla linea del fronte”.
Più tardi, avendo preso visione dei piani strategici degli ideatori dell'Operazione Barbarossa, il generale 'ukov ha riconosciuto il suo errore e la saggezza della linea adottata da Stalin: “Il comando di Hitler contava su uno spostamento del grosso delle nostre forze al confine con l'intenzione di circondarlo e distruggerlo”.
In effetti, nei mesi che precedono l'invasione dell'URSS, discutendo coi suoi generali, il Führer osserva: “Problema dello spazio russo. L'ampiezza infinita dello spazio rende necessaria la concentrazione in punti decisivi”. Più tardi, ad Operazione Barbarossa già iniziata, in una conversazione egli chiarisce ulteriormente il suo pensiero: “Nella storia mondiale ci sono state sinora solo tre battaglie di annientamento: Canne, Sedan e Tannenberg. Possiamo essere orgogliosi per il fatto che due di esse sono state vittoriosamente combattute da eserciti tedeschi”.
Sennonché, si rivela sempre più elusiva la terza e più grandiosa battaglia decisiva di accerchiamento e annientamento agognata da Hitler, il quale una decina di giorni dopo è costretto a riconoscere che l'Operazione Barbarossa si trova dinanzi a difficoltà impreviste: “la preparazione bellica dei russi dev'essere considerata fantastica”.
Trasparente è qui il desiderio del giocatore d'azzardo di giustificare il fallimento delle sue previsioni. E, tuttavia, a conclusioni non dissimili giunge lo studioso di strategia militare già citato: il motivo della disfatta dei francesi risiede “non nella quantità o qualità del loro materiale bensì nella loro dottrina militare”; per di più, agisce rovinosamente lo schieramento troppo avanzato dell'esercito, che “compromette gravemente la sua duttilità strategica”; un errore simile era stato commesso anche dalla Polonia, favorito “dalla fierezza nazionale e dalla fiducia eccessiva dei militari”. Nulla di tutto ciò si verifica in Unione Sovietica.
Più importante delle singole battaglie è il quadro d'assieme: “Il sistema staliniano riuscì a mobilitare l'immensa maggioranza della popolazione e la quasi totalità delle risorse”; in particolare, “straordinaria” fu la “capacità dei sovietici”, in una situazione così difficile come quella venutasi a creare nei primi mesi di guerra, “di evacuare e poi di riconvertire per la produzione militare un numero considerevole di industrie”. Sì, “messo in piedi due giorni dopo l'invasione tedesca, il Comitato per l'evacuazione riuscì a spostare ad Est 1500 grandi imprese industriali, al termine di operazioni titaniche di una grande complessità logistica”.
Peraltro, vedremo che questo processo di dislocazione era già iniziato nelle settimane o nei mesi che precedono l'aggressione hitleriana, a conferma ulteriore del carattere fantasioso dell'accusa lanciata da Chruščev. C'è di più: sin dagli inizi Stalin aveva tenuto ben presente il pericolo di guerra, allorché aveva promosso l'industrializzazione del paese, che non a caso, con una radicale svolta rispetto alla situazione precedente, aveva identificato “un punto focale nella Russia asiatica”, lontano e al riparo dai presumibili aggressori. In effetti, su ciò Stalin aveva insistito ripetutamente e vigorosamente. 31 gennaio 1931: s'impone la “creazione di un'industria nuova e ben attrezzata negli Urali, in Siberia, nel Kazakistan”.
Il 26 gennaio 1934, il rapporto al XVII Congresso del PCUS richiama compiaciuto l'attenzione sul poderoso sviluppo industriale che nel frattempo si è verificato “in Asia centrale, nel Kazakistan, nelle Repubbliche dei Buriati, dei Tatari e dei Baschiri, negli Urali, nella Siberia orientale e occidentale, nell'Estremo Oriente ecc.”. L'importanza anche militare di tutto ciò non era sfuggita a Trockij che qualche anno dopo, nell'analizzare i pericoli di guerra e il grado di preparazione dell'Unione Sovietica, aveva osservato: “L'industrializzazione delle regioni remote, principalmente della Siberia, conferisce alle distese delle steppe e delle foreste un'importanza nuova”.
Solo ora i grandi spazi assumevano tutto il loro valore e rendevano più problematica che mai la guerra-lampo tradizionalmente agognata e preparata dallo stato maggiore tedesco. È proprio sul terreno dell'apparato industriale edificato in previsione per l'appunto della guerra che il Terzo Reich è costretto a registrare le sorprese più amare, come emerge da due commenti di Hitler. 29 novembre 1941: “Com'è possibile che un popolo così primitivo possa raggiungere simili traguardi tecnici in così poco tempo?”.
26 agosto 1942: “Per quanto riguarda la Russia, non è contestabile che Stalin vi ha elevato il livello di vita. Il popolo russo non soffriva la fame. Sta di fatto che oggi vi si trovano delle officine dell'importanza delle Hermann Goering Werke là dove fino a due anni fa non esistevano che villaggi sconosciuti. Troviamo linee ferroviarie che non sono indicate sulle carte”.
A questo punto conviene dare la parola a due storici, entrambi statunitensi, che, almeno su questo punto, ridicolizzano definitivamente il Rapporto Chruščev. Questi insiste sui travolgenti successi iniziali della Wehrmacht, sennonché il primo dei due storici cui qui faccio riferimento esprime questo medesimo dato di fatto con un linguaggio ben diverso: non è stupefacente che “la più grande invasione nella storia militare” abbia conseguito iniziali successi; “la riscossa dell'Armata Rossa dopo i colpi devastanti dell'invasione tedesca nel giugno 1941 fu la più grande impresa d'armi che il mondo avesse mai visto”. Il secondo storico, docente in un'accademia militare statunitense, a partire dalla comprensione del conflitto nella prospettiva della lunga durata e dall'attenzione riservata alle retrovie come al fronte e alla dimensione economica e politica come a quella più propriamente militare della guerra, parla di Stalin come di un “grande stratega”, anzi come del “primo vero stratega del ventesimo secolo”. È un giudizio complessivo che trova pienamente consenziente anche il primo dei due storici qui citati, la cui tesi di fondo, sintetizzata nel risvolto di copertina, individua in Stalin il “più grande leader militare del ventesimo secolo”.»69
69. Ibidem.