24 Settembre 2020

6.11. 27 APRILE 1937: L'ASSASSINIO DI ANTONIO GRAMSCI

«Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione […] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini».
(Antonio Gramsci, dalle Lettere dal Carcere, Lettera alla madre, 10 maggio 1928)
Lo stesso giorno in cui il Comitato centrale comunista doveva riunirsi clandestinamente a Genova, il 31 ottobre 1926, Mussolini subì a Bologna un attentato senza conseguenze personali, che provoca una tale pressione poliziesca da far fallire il convegno. L'attentato Zamboni costituì il pretesto per l'eliminazione degli ultimi, minimi residui di democrazia: il 5 novembre il governo sciolse i partiti politici di opposizione e soppresse la libertà di stampa. L'8 novembre, in violazione dell'immunità parlamentare, Gramsci venne arrestato nella sua casa e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Dopo un breve periodo di confino a Ustica, dove insieme con Bordiga diede vita a una scuola per i confinati politici, fu deferito al Tribunale speciale per la difesa dello Stato e avviato alle carceri milanesi di S. Vittore (ove rimase dal 7 febbraio 1927 all'11 maggio 1928); l'istruttoria andò per le lunghe, perché vi erano difficoltà a montare su di lui accuse credibili: fu anche fatto avvicinare da due agenti provocatori - prima un tale Dante Romani e poi un certo Corrado Melani - ma senza successo. Il processo a ventidue imputati comunisti, fra i quali Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro e Giovanni Roveda, iniziò finalmente a Roma il 28 maggio 1928; Mussolini aveva istituito il 1º febbraio 1927 il Tribunale Speciale Fascista. Presidente è un generale, Alessandro Saporiti, giurati sono cinque consoli della milizia fascista, relatore l'avvocato Giacomo Buccafurri e accusatore l'avvocato Michele Isgrò, tutti in uniforme;
intorno all'aula, «un doppio cordone di militi in elmetto nero, il pugnale sul fianco ed i moschetti con la baionetta in canna». Gramsci è accusato di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all'odio di classe. Il pubblico ministero Isgrò concluse la sua requisitoria con una frase rimasta famosa: «Per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare»; e infatti Gramsci, il 4 giugno, venne condannato a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione; il 19 luglio raggiunse il carcere di Turi, in provincia di Bari.
In luglio fu assegnato al reclusorio di Turi, in provincia di Bari, ove rimase fino al 19 nov. 1933 per essere poi ricoverato, dal 7 dicembre, in stato di detenzione, nella clinica del dottor G. Cusumano a Formia. Vi rimase fino al 24 agosto 1935, dal 25 ottobre 1934 in libertà condizionata. Quindi fu trasferito alla clinica Quisisana di Roma, dove secondo la versione ufficiale data dal regime la sera del 25 aprile 1937 venne colto da emorragia cerebrale che lo fece morire all'alba del 27 aprile 1937, a soli quarantasei anni. Dopo la cremazione, il giorno seguente si svolsero i funerali, cui parteciparono soltanto il fratello Carlo e la cognata Tatiana: le ceneri, inumate nel cimitero del Verano, furono trasferite, l'anno seguente, nel Cimitero acattolico di Roma, nel Campo Cestio.
Vi rimase fino al 24 agosto 1935, dal 25 ottobre 1934 in libertà condizionata. Quindi fu trasferito alla clinica Quisisana di Roma, dove secondo la versione ufficiale data dal regime la sera del 25 aprile 1937 venne colto da emorragia cerebrale che lo fece morire all'alba del 27 aprile 1937, a soli quarantasei anni. Dopo la cremazione, il giorno seguente si svolsero i funerali, cui parteciparono soltanto il fratello Carlo e la cognata Tatiana: le ceneri, inumate nel cimitero del Verano, furono trasferite, l'anno seguente, nel Cimitero acattolico di Roma, nel Campo Cestio.
Occorre ricordare che per tutti gli anni '30 sulla stampa comunista Gramsci viene sempre presentato come il Capo del partito. In tutto il movimento internazionale il suo nome è associato a quelli di Thalmann e Rakosi, ad indicare i tre più grandi combattenti rivoluzionari prigionieri del fascismo. Nel parco di cultura Gorki a Mosca campeggia il ritratto di Gramsci, la cui fama è mondiale. In realtà Gramsci molto probabilmente non morì di morte naturale ma fu scientificamente assassinato dal regime fascista. Il sospetto che Gramsci sia stato ucciso per volontà di Mussolini, per impedirgli il ritorno alla libertà e alla lotta, fu presente subito ai familiari ed ai compagni. La cognata Tania, che gli fu di sostegno fino agli ultimi istanti della vita, ne era convinta. Lo ha rivelato qualche anno fa Olga Gramsci, figlia di Giuliano, durante una visita in Italia: «Mia zia Tania – dichiarò infatti in quell’occasione - non credeva molto alla versione ufficiale della morte che parlava di un’emorragia cerebrale mentre riteneva più credibile la voce di un avvelenamento».
Togliatti già nel primo scritto in commemorazione di Gramsci sollevò l’interrogativo inquietante: «La morte di lui rimane avvolta in un’ombra che la rende inspiegabile. Alla lunga catena delle torture è stato aggiunto un ultimo inno–minabile misfatto? Chi conosce Mussolini e il fascismo, sa che avanzare questa ipotesi è legittimo».
A un anno dalla morte, Giovanni Parodi, il compagno operaio torinese che aveva diretto l’occupazione della Fiat, si era formata la precisa convinzione che fosse stato avvelenato. Gramsci, ricordò infatti, aveva resistito strenuamente alle angherie inflittegli in carcere dall’Ovra e dalla direzione carceraria, ma aveva dovuto soccombere «all’ultima ma efficace pozione». Gli storici seri sanno bene che il fascismo e Mussolini non esitarono a praticare il delitto per sbarazzarsi degli avversari politici. Da Matteotti a Giovanni Amendola, da Gobetti a don Minzoni, la lista è molto lunga. Quaranta giorni dopo Gramsci venne assassinato in Francia, da sicari della Cagoule su incarico dell’Ovra e per volontà di Mussolini, un altro temuto esponente dell’antifascismo attivo, Carlo Rosselli, ucciso assieme al fratello Nello. Mimmo Franzinelli ne ha ripercorso la vicenda in un bello e documentatissimo libro, intitolato appunto Il delitto Rosselli. Risulta chiaramente con quale ossessiva cura la polizia fascista seguisse passo ogni movimento del capo di Giustizia e Libertà, circondato da numerose spie all’insaputa una dell’altra. Ricostruisce la committenza dei vertici del fascismo e la preparazione ed esecuzione del delitto, come pure il triste epilogo della giustizia nel dopoguerra, con i mandanti e responsabili italiani assolti ed impuniti. Franzinelli documenta anche l’abile opera di depistaggio che venne subito dopo il delitto dal vertice del regime: mettendo in giro l’insinuazione che Carlo, sollecitato dal fratello, stesse per piegarsi a Mussolini e per questo fosse stato ucciso dai suoi compagni di GL; o che fosse stato assassinato dagli anarchici con cui si era urtato in Spagna; o vittima perché non comunista degli immancabili agenti sovietici. Strategia della disinformazione, per creare confusione, intorbidare la verità, insinuare dubbi ed allontanare dal fascismo e da Mussolini la responsabilità dell’efferato crimine. E Franzinelli ricorda che i “depositi” di questa strategia della disinformazione sono stati spesso riesumati nel dopoguerra, per confondere volutamente anche la storia e la memoria. Anche per Gramsci fu messa subito in opera la disinformazione, con un articolo uscito pochi giorni dopo la morte sul Messaggero, senza firma ma scritto da Mussolini, dove si diceva appunto, excusatio non petita, che Gramsci, riparato in Italia dalla Russia perché «fedele» a Trockij, aveva potuto tranquillamente «terminare i suoi giorni in una soleggiata clinica di Roma». Uno storico fazioso come Melograni riprende e spinge in avanti la provocazione mussoliniana, mutando con altro effetto la clinica soleggiata in clinica lussuosa, «una delle più lussuose della capitale»; e soprattutto, mentre Mussolini cercava di accreditare la morte di Gramsci come naturale, usando l’espediente del contrasto con quanto gli sarebbe invece potuto capitare se fosse stato in Russia, Melograni salta a piè pari il fatto che Gramsci muoia nell’Italia dominata dalla dittatura del fascismo, e rovescia con un’immaginazione senza limiti la responsabilità della morte su lui stesso o sui sovietici.
È stato detto che «Gramsci non voleva tornare in Russia poiché lì sarebbe stato processato e condannato a morte… Meglio la più tranquilla Sardegna di Mussolini: un affronto che il tiranno sovietico (cioè Stalin ovviamente) non poteva tollerare». In realtà è documentato che Gramsci voleva tornare in Russia, e aveva fatto domanda per poter espatriare e ricongiungersi con la famiglia a Mosca. In via subordinata, nel caso gli venisse impedito l’espatrio richiesto, aveva preso in considerazione la Sardegna. Molti hanno poi battuto sulla «notificazione del giudice de Notaristefani», la quale proverebbe che «Gramsci era relativamente libero dal 1934». Si scambia la libertà condizionata con l’effettiva libertà. Ma le cose stavano diversamente: Antonio Gramsci non cessò mai di essere strettamente controllato dalla polizia fascista. Durante il ricovero nella clinica Quisisana di Roma, due agenti e un commissario stazionavano in permanenza nell’anticamera d’ingresso, dandosi regolarmente il cambio e controllando chiunque entrava e usciva. Anche se il periodo della libertà condizionale era già scaduto da alcuni giorni, Tania poté ottenere il rilascio dall’ufficio di sorveglianza del Tribunale di Roma del libretto con la dichiarazione che riconosceva concluso il tempo della libertà condizionata e poneva fine ad «ogni misura di sicurezza», soltanto la mattina del 25 aprile 1937. Tania, secondo la sua stessa dettagliata ricostruzione, quel giorno fece una breve visita in clinica verso le 12,30 e quindi tornò verso le ore 17. Propose «di portare il libretto a fare vedere giù, o chiamare il commissario» che stazionava come sempre nell’ingresso, ma Gramsci, che aspettava l’esito della domanda per l’espatrio, disse «che non c’era nessuna fretta, che l’avrei potuto fare un altro giorno». A cena mangiò come al solito «una minestrina in brodo, un po’ di frutta cotta ed un pezzetto di pan di Spagna». Uscì poi per andare in bagno e qui fu colpito dal male e cadde a terra e «fu riportato sopra una sedia portata da più persone. Aveva perduto il lato sinistro, completamente». Parlava tuttavia ancora lucidamente, disse che si era «accasciato» ma senza battere la testa e si era trascinato alla porta per chiedere aiuto.
Arrivò un medico della clinica, che però non praticò alcuna cura, anzi al contrario di quanto chiedeva Gramsci «non ha permesso fare alcuna iniezione eccitante... mentre Nino con molto impeto chiedeva l’iniezione, voleva un cordiale, anzi, diceva di fare la dose doppia».
Solo al mattino del 26 aprile, verso le 9, Gramsci poté essere visitato da un medico, il prof. Vittorio Puccinelli, il quale prescrisse «il ghiaccio in testa... un clistere di sale» e ordinò «il salasso». Senonché i medici della clinica se la presero comoda, il dottore arrivò «per fargli il salasso solo dopo un’ora e più»; nel frattempo Gramsci aveva «vomitato più volte» e ricominciato poi ancora con degli sforzi di vomito. Quando finalmente giunse il medico per il salasso era ormai senza parola, con gli occhi chiusi, e il respiro molto affannoso. Il salasso risultò apportare un sollievo momentaneo, ma a distanza di 24 ore dall’attacco gli tornarono gli sforzi di vomiti, ed un respiro eccessivamente affannoso, alle 4,10 del 27 aprile spirò. Poco dopo arrivò anche il fratello Carlo. I due erano circondati da «una folla di agenti e di funzionari del Ministero degli Interni». Dunque Gramsci non cessò neanche per un istante di essere di fatto prigioniero della polizia fascista, non godette non di due anni, come sembra credere Melograni, ma neanche di due ore di effettiva libertà. L’attacco gli venne, con le manifestazioni che abbiamo visto, lo stesso giorno in cui con il provvedimento del tribunale avrebbe dovuto cessare la sorveglianza disposta dal ministero dell’Interno. Gramsci ancora lucido reclamava gli si facesse un’iniezione eccitante, chiedeva un cordiale doppio. Il che, mentre esclude qualsiasi ipotesi suicida, fa capire come Gramsci si rendesse conto di cosa potesse essergli capitato e lottasse ancora strenuamente. Per contro è sintomatico l’atteggiamento negligente dei medici della clinica, dove Gramsci fu ricoverato dal 24 agosto 1935. Questa era stata scelta dal Ministero dell’Interno perché garantiva la possibilità di un continuo controllo da parte della polizia, ma anche perché c’erano medici di sicura affidabilità per il fascismo. Il prof. Vittorio Puccinelli era fratello di Angelo Puccinelli, il «medico abituale» del duce, da cui, a partire dalla seconda metà del 1936, Mussolini si fece accompagnare regolarmente nei suoi spostamenti. Vittorio Puccinelli era il «medico curante» assegnato a Gramsci durante la sua permanenza in clinica, come apprendiamo da una lettera di Tania a Giulia del 6 marzo 1937. L’inerzia del primo medico intervenuto a visitare Gramsci, l’enorme ritardo della visita di Puccinelli e l’indugio nell’intervento infermieristico difficilmente possono spiegarsi con l’inefficienza di quella che era una delle più rinomate cliniche romane; ed è più ragionevole supporre che si volesse invece dar tempo al veleno di produrre i suoi effetti in maniera irreversibile. L’affermazione che Gramsci fu assassinato dal fascismo per volontà di Mussolini è più vera, anche in senso materiale, di quanto si sia mai pensato veramente.57
57. Fonti usate: Enciclopedia Treccani, Antonio Gramsci, a cura di Giuseppe Vacca, Dizionario Biografico degli italiani, Treccani.it; Redazione La Repubblica, Il Vaticano: “Gramsci si convertì”. Gli storici: “Non ci sono prove”, La Repubblica (web), 25 novembre 2008; P. Spriano, La morte di Gramsci, Studi Storici, Anno 11, n° 1, gennaio-marzo 1970, Fondazione Istituto Gramsci, pp. 53-70; S. Fiori, A 75 anni dalla morte ancora tante bugie su Antonio Gramsci. Intervista a Carmine Donzelli, Il Venerdì, 28 settembre 2012; Interrogativi sulla morte di Gramsci, L'Ernesto-Marx21 (web), 1 gennaio 2009; Wikipedia, Antonio Gramsci.