29 Settembre 2020

6.2. MARCIA SU ROMA, REPRESSIONE E DITTATURA DELLA BORGHESIA

«La classe lavoratrice voleva agire contro il fascismo: attendeva la parola d'ordine dai Partiti proletari e dalle organizzazioni classiste... Quando si seppe che il gruppo parlamentare comunista era uscito dal comitato dell'opposizione [accenno all'Aventino, ndr], molti lavoratori, anche compagni e simpatizzanti, non sapevano spiegarsi il motivo: l'impressione immediata non fu, da parte dei lavoratori, troppo favorevole al nostro partito. Solo più tardi..., dopo le evidenti prove del Comitato di voler combattere il fascismo solo a parole, le masse hanno applaudito al nostro atteggiamento... Qui, però, sorge spontanea una domanda: perché, se è vero che le masse simpatizzano per il nostro Partito, non lo seguono sul terreno pratico? […] Le masse sono sempliciste: esse ritengono che se la Confederazione gen. del Lavoro, il Partito socialista unitario, e quello massimalista non hanno aderito, ad esempio, alla parola d'ordine lanciata dal nostro Partito per lo sciopero generale, detti organismi lo abbiano fatto perché hanno ritenuto impossibile la riuscita. Questa maniera di vedere la si può riscontrare parlando con molti operai o contadini i quali, se da un lato dicono che i socialdemocratici hanno fatto male ad accodarsi al movimento legalitario antifascista piuttosto che al movimento rivoluzionario, purtuttavia scusano l'atteggiamento dichiarando che l'avranno fatto perché ritenevano troppo rischiosa una lotta aperta sul terreno dell'azione... In ogni Provincia il nostro Partito si è trovato isolato dopo il distacco del Gruppo parlamentare nostro dal Comitato di opposizione ma i compagni hanno lo stesso riscontrato che le masse operaie, se attendevano qualcosa di fattico dalle opposizioni, guardavano con intensa fede verso il nostro Partito che esse vorrebbero forte ma non hanno ancora il coraggio di rendere forte con la loro adesione». (dalla Relazione del segretario interregionale di Lombardia-Emilia-Romagna, inviata al Comitato esecutivo del Pcd'I il 16 luglio 1924)35
Con l'ingresso in Parlamento il fascismo inizia una mutazione, passando da “movimento” ad un vero e proprio Partito: il Partito Nazionale Fascista (PNF), che sfrutta i ritardi politici e ideologici della classe operaia, la quale nell'ottobre 1922 assisterà ad un'altra scissione dal frastornato PSI: nasce il PSU (Partito Socialista Unitario), l'ala riformista più moderata guidata da Turati e Matteotti. Proprio mentre si consuma l'ulteriore divisione socialista il 22 ottobre avviene la fatidica marcia su Roma: una pagliacciata che le forze dell'ordine potrebbero stoppare in qualsiasi momento ma che invece viene appoggiata dagli industriali e dal Re. Quest'ultimo non solo non fa nulla per impedirla (nonostante siano già pronti i documenti per proclamare lo Stato d'Assedio e radunare i Carabinieri) ma sfrutta l'occasione per conferire l'incarico di Capo del Governo a Mussolini. Con i fascisti al governo prende avvio una repressione “legale” (che si accompagna a quella “illegale” costantemente condotta con le squadracce), ossia giudiziaria, contro le organizzazioni operaie (i comunisti per primi). I primi governi Mussolini, ancora formalmente rispettosi dell'istituto istituzionale liberale, si caratterizzano per l'avvio a politiche liberiste, che significano privatizzazioni, meno tasse per le imprese, tagli al settore pubblico e licenziamenti di massa; si agisce con il pieno sostegno della Chiesa (sempre preoccupata per il rischio costituito dalle sinistre), il quale viene ricambiato con la riforma Gentile dell'istruzione; la riforma introduce il primato delle materie umanistiche, ripristina in tutte le scuole elementari l'insegnamento della religione cattolica (iniziando ad intaccare il radicale laicismo tipico dell'ordinamento statale italiano precedente) e soprattutto introducendo di fatto le linee di una scuola classista, dove i licei sono riservati ai figli delle élite mentre ai figli degli operai si indica con evidenza il percorso degli studi professionali. Da questa nuova situazione entra in crisi anche il PPI (Partito Popolare Italiano) per il venir meno dell'appoggio della Chiesa che non vuole creare fastidi a Mussolini. Nel 1923 viene fatta la legge elettorale Acerbo, che introduce un sistema di tipo maggioritario. Le elezioni dell'aprile 1924, svoltesi tra brogli, violenze persistenti e la divisione delle opposizioni politiche, vennero a questo punto nettamente vinte dal PNF (anche grazie all'ottenimento dell'appoggio dei notabili e delle clientele) che poté a quel punto macchiarsi del delitto Matteotti (giugno 1924). Lo sconcerto che si crea nel Paese per l'assassinio sembra mettere in crisi il nascente regime, ma la risposta politica delle opposizioni (la secessione dell'Aventino con l'abbandono del Parlamento) è sterile e inadeguata, lasciando i fascisti senza più opposizione legal-istituzionale. All'inizio del 1925 Mussolini supera la crisi attribuendosi esplicitamente le responsabilità del delitto e intensificando la repressione delle opposizioni. Negli anni seguenti verranno uccisi altri oppositori politici di rilievo come Amendola, Gobetti, Gramsci, Rosselli. Tra il 1925 e il 1928 sono approvate le “leggi Fascistissime” dando avvio alla formalizzazione della dittatura fascista con le seguenti modalità:
-fascistizzazione dei grandi quotidiani (Corriere, Stampa, ecc.) attraverso la nomina di nuovi direttori e chiusura di quelli dei partiti di opposizione;
-a partire dal patto di Palazzo Vidoni con Confindustria viene
«imposto il sindacalismo fascista: il 13 aprile 1926 la legge Rocco stabiliva il riconoscimento giuridico dei sindacati, con il monopolio di quelli fascisti, i contributi obbligatori, l'istituzione del tribunale del lavoro e la soppressione della libertà di sciopero, oltre che delle Commissioni Interne. La vita dei sindacati diventa dura, sia per quelli di classe che per quelli bianchi; il 14 giugno del 1927 i dirigenti della CGL sciolgono di propria iniziativa l’organizzazione. Contemporaneamente alcuni dei massimi dirigenti (Rigola, D'Aragona, Colombino, Calda, Azimonti, Maglione, Reina) costituiscono un “Centro lo studio dei problemi del lavoro” perché, come affermano, «il regime fascista è una realtà e, come tutte le realtà, deve essere preso in considerazione, anche se ciò implica – ovviamente - l'abbandono del principio della lotta di classe». Il programma del fascismo fu enunciato nella Carta del lavoro. Essa prevedeva l'eliminazione della lotta di classe attraverso la creazione delle “Corporazioni”, cioè di associazioni di categoria che univano insieme lavoratori e padroni con lo scopo di conciliare i loro rispettivi interessi in nome del supremo interesse della collettività nazionale. Ciò che avvenne in realtà fu che il fascismo diede mano libera al capitale finanziario, industriale e agrario. […] Allo scioglimento della CGL i comunisti si opposero, ricostituendola nella clandestinità con la parola d'ordine: «fuori dai sindacati fascisti, aderire alla CGL». Ma la vita di un'organizzazione di massa nella clandestinità era difficile. Il fascismo, dopo aver distrutto qualsiasi forma di organizzazione operaia, costrinse gli operai ad iscriversi ai sindacati fascisti: infatti, anche se nessuno era obbligato giuridicamente ad iscriversi, in realtà tutti gli operai —iscritti o non iscritti al sindacato — dovevano pagare le quote sociali e chi si rifiutava di pagare veniva schedato come sovversivo dalla polizia. Senza contare che un operaio non iscritto era il primo a perdere il posto di lavoro in caso di licenziamento, e non avrebbe trovato un altro posto nel caso in cui fosse rimasto disoccupato».
-viene approvato il Codice Rocco, il nuovo codice penale che reintroduce la pena di morte;
-sono dati ampie prerogative al potere esecutivo, ossia al Governo controllato direttamente da Mussolini;
-sono infine sciolti tutti i partiti e le riviste antifascisti.
A vegliare sul nuovo “ordine” provvederà un “Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato” controllato di fatto dal PNF e dotato di ampi poteri repressivi. Tra il 1° febbraio 1927 e il 25 luglio 1943 tale Tribunale processa 5.619 imputati, condannandone 4.596. Gli anni totali di prigione inflitti furono 27.735; 42 le condanne a morte, di cui 31 eseguite, 3 gli ergastoli. 4.497 processati erano uomini, 122 le donne, 697 i minorenni. tra le categorie professionali 3.898 imputati erano operai e artigiani, 546 i contadini, 221 liberi professionisti. I deportati, o nelle isole o in piccoli comuni, soprattutto nel Mezzogiorno, dove erano sottoposti alla libertà vigilata, saranno oltre 10.000; le persone che la polizia politica considerò ostili al regime, pericolose per esso e, quindi, soggette a diverse misure di sicurezza e repressione, furono più di 16.000. Fra essi la stragrande maggioranza era costituita da operai e contadini. Politicamente soverchiante tra loro (oltre l'80%) la “fede” comunista. In effetti durante il “ventennio” il PCd'I fu il partito antifascista che pagò il prezzo maggiore alla repressione. nel “ventennio” fascista i comunisti condannati dal tribunale speciale furono 4040 per complessivi 23.000 anni di galera. Con la quasi totalità dei dirigenti in carcere (il più illustre dei quali il segretario Antonio Gramsci) il centro operativo del Partito venne spostato a Parigi, mentre Togliatti manteneva i contatti con il Comintern da Mosca. Nonostante tutto il PCd'I rimarrà l'unico partito a mantenere, con grande difficoltà una rete clandestina operativa in Italia, realizzando anche una certa infiltrazione nelle organizzazioni di massa fasciste. Nonostante l'Italia resti formalmente una monarchia costituzionale (lo Statuto Albertino rimane in vigore, seppur svuotato nei contenuti) è evidente la fine dello Stato Liberale, sancita con nuova legge elettorale che prevede la lista unica. Dal punto di vista formale cambia molto, con la manifestazione della repressione più nera che abbiamo visto, ma dal punto di vista sostanziale non cambia granché: il blocco sociale dominante del nuovo regime (Chiesa, Monarchia, Confindustria, Agrari, ceti medi) è lo stesso di quelli precedenti. Sono cambiati solo i metodi.36
35. Citato in P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. 2 – Da Bordiga a Gramsci. Parte seconda, cit., pp. 393-394.
36. Vedi la seconda nota del paragrafo 1. Il biennio rosso in Europa e la grande paura della borghesia.