11 Luglio 2020

6.4. L'ANALISI MARXISTA TOGLIATTIANA DEL FASCISMO

«Noi crediamo invece che la lotta di classe, la lotta cioè del proletariato contro i capitalisti, sia la sola capace di battere in pieno il fascismo».
(Antonio Gramsci, La via maestra, editoriale del n° 1 del quotidiano L’Unità, 12 febbraio 1924)
La teoria marxista del fascismo rimane quella più adatta per spiegarne la genesi e le caratteristiche. Palmiro Togliatti si esprimeva così nel 1928:
«Il fascismo cerca di polverizzare, di “atomizzare” le classi lavoratrici. Ciò vuol dire che il fascismo conduce una politica di disorganizzazione delle masse. È questo uno degli aspetti caratteristici della offensiva antiproletaria ed anticontadina del fascismo. Spezzare le vecchie organizzazioni di classe fu una impresa relativamente facile; ma non era essa sufficiente a garantire il regime da un ritorno offensivo del proletariato. Allora fu iniziata la tattica della polverizzazione. Dapprima si obbligarono gli elementi politicamente più attivi della classe operaia e delle classi contadine ad abbandonare i propri paesi e le proprie regioni, tagliandoli fuori dalla massa; più tardi si cercò di recidere tutti i collegamenti esistenti fra regione e regione, fra città e città, fra città e campagna. La soppressione dei partiti e della stampa di opposizione fu un momento importante di questo programma. […] Ma il processo di polverizzazione è stato condotto più innanzi. Nelle grandi città italiane le sezioni di polizia rionali fanno fermare ed arrestano, dopo le ore 20, tutti gli “stranieri”, cioè gli operai abitanti in altri rioni che si trovano a diporto sul territorio di un rione diverso da quello nel quale essi abitano! Sono stati fissati dei confini, dunque, anche all'interno delle città, tra rione e rione! Frantumate le vecchie organizzazioni di classe, e isolati nelle città, gli operai si sono ancora trovati assieme nelle fabbriche. Ma, ahi!, anche qui è stato applicato il regime delle frontiere. Tra reparto e reparto è proibito comunicare. In ogni reparto, poi, sorvegliano le spie. […] Attraverso il partito le masse hanno una direzione. Intorno al partito le masse si cristallizzeranno a milioni in un momento determinato della crisi. Si comprende bene perché il regime batta ostinatamente sul partito comunista. Ma da ciò si comprende pure la importanza che hanno per noi i problemi di organizzazione. […] Chi si fermi a considerare superficialmente taluni aspetti della situazione può restare sorpreso ed avvilito di fronte allo stato di relativa passività della classe operaia italiana. Ma un tale osservatore superficiale, un tale campione del turismo politico, non sarà mai capace di lavorare seriamente per la rivoluzione. La rivoluzione è il risultato di un lungo processo di lotte, di movimenti parziali che si allargano e trascinano sempre maggiori armate di lavoratori, che intaccano le forze dell'avversario, che si insinuano nelle piccole fratture dell'organismo avversario e lo sgretolano, lo spezzano. Non è uno scoppio imprevisto che si manifesti da un momento all'altro! Non si salta, insomma, da uno stato di passività ad uno stato di insurrezione. Agitando, oggi, le masse, cercando di metterle in movimento per le più piccole rivendicazioni; legando le rivendicazioni parziali delle masse alla questione del potere; organizzando le masse nella Confederazione generale del lavoro; cercando di dare alle masse degli organismi rappresentativi, noi lavoriamo per la rivoluzione, noi restiamo sul solo terreno rivoluzionario concreto. Il nostro lavoro è lungo, è difficile, è “costoso” e non ci dà dei grandi risultati immediati. Ma tutto quanto noi costruiamo; quel tanto di costruzione che resta in piedi nella continua lotta contro un avversario potente ed agguerrito, quel tanto di esperienza che ogni giorno resta acquisito al partito ed alla parte più attiva delle masse, rappresenta una conquista indispensabile per la rivoluzione. […] Il lavoro dei comunisti non è un giuoco d'azzardo, non è un giuoco disperato. Il nostro lavoro è freddamente premeditato. Noi abbiamo la esatta percezione degli obiettivi che il proletariato italiano deve raggiungere. La ricerca dei mezzi deve tener conto che questi si adeguino alla necessità di assicurare la continuità della nostra vita politica. Il nostro partito si è lacerato, si è contratto. Ma esso è vivo. Non lo si potrà distruggere. Per distruggerlo, bisognerebbe sterminare gli operai, sino all'ultimo, e radere al suolo le fabbriche!»
(da Il nostro partito, Stato Operaio, gennaio-febbraio 1928)38
Rimane però fondamentale l'ulteriore elaborazione data da Togliatti negli anni '30, nell'ambito delle Lezioni sul Fascismo tenute a metà degli anni Trenta, di cui riportiamo qui alcuni estratti:
«Molte volte il termine fascismo viene adoperato in modo impreciso, come sinonimo di reazione, terrore, ecc. Non è giusto... Dobbiamo adoperar[lo] soltanto allorquando la lotta contro la classe operaia si sviluppa su una nuova base di massa con carattere piccolo-borghese […]. In queste sue definizioni la socialdemocrazia partiva esclusivamente dal carattere piccolo-borghese di massa che effettivamente il fascismo aveva assunto. Ma il movimento delle masse non è uguale in tutti i paesi. Nemmeno la dittatura è uguale in tutti i paesi. Il fascismo in vari paesi può avere delle forme diverse. Anche le masse di vari paesi hanno delle diverse forme di organizzazione. E quello che anche dobbiamo tenere presente è il periodo di cui si parla. In tempi diversi, nello stesso paese, il fascismo assume aspetti differenti. […] A noi importa però non soltanto scorgere qual è la linea sulla quale si sviluppa logicamente la politica del fascismo, ma di comprendere come in essa sono insiti gli elementi che, contrapponendo alla politica del fascismo gli interessi della grandi masse lavoratrici, operaie e contadine, giustificano agli occhi delle masse, la nostra politica rivoluzionaria la quale è, nella situazione italiana, la sola politica nazionale […]. Quando il proletariato non vuole, è difficile abbattere queste istituzioni. Questa lotta per la difesa delle istituzioni democratiche si amplia e diventa lotta per il potere […]. E non possiamo comprendere il problema se non lo poniamo così, come lotta di classe, come lotta fra la borghesia e il proletariato, nella quale la posta è per la borghesia l'instaurazione della propria dittatura, nella sua forma più aperta, e per il proletariato l'instaurazione della propria dittatura cui arriva lottando per la difesa di tutte le sue libertà democratiche. Per questo Bordiga sbagliava quando domandava con disprezzo: perché dobbiamo lottare per le libertà democratiche? […]. È un errore il pensare che il totalitarismo ci precluda la via della lotta. È un errore pensare che il totalitarismo chiuda alle masse la via alla lotta per delle conquiste democratiche. È un errore. Su questo terreno il fascismo tenta di portarci. Esso tenta di farci credere che tutto sia finito, che si sia entrati in un nuovo periodo nel quale non ci sia nulla da fare che mettersi sul suo terreno... Il totalitarismo non chiude al partito la via della lotta ma apre vie nuove. Sbagliamo noi che non sempre riusciamo a comprendere rapidamente le vie nuove che il fascismo ci apre per la lotta. È questo un difetto di analisi e di incapacità politica. Ma nella misura che il partito riesce a comprendere ciò esso riesce a mettere in discussione il problema della dittatura fascista».
38. P. Togliatti (a cura di Romano Ledda), Il Partito, Editori Riuniti, Roma 1972 [1° edizione originale 1964], pp. 22-31.

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