05 Dicembre 2020

6.6. LE DONNE “CASA E CHIESA” NEL PATRIARCATO FASCISTA

Per mostrare la situazione delle donne sotto il fascismo ci avvaliamo dell'ottima ricerca fatta da Elena Canti41, corredata dalle fonti che ha usato:
«L'avvento al potere del governo Mussolini, con la conseguente costruzione del regime fascista, ebbero un impatto certamente negativo per le condizioni delle lavoratrici. Secondo Victoria De Grazia si affermò in questo ventennio un “patriarcato fascista” diverso qualitativamente sia dal precedente “patriarcato liberale” sia dal successivo “patriarcato sociale”42. La dittatura fascista produsse una legislazione fortemente discriminatoria verso le donne, a cui venivano preclusi i concorsi per l'insegnamento di storia e filosofia, le cariche dirigenziali negli istituti superiori e l'insegnamento nelle classi conclusive degli istituti tecnici. L'espulsione delle donne dalle mansioni ritenute di maggiore prestigio intellettuale e sociale era giustificato da una tendenza misogina insita dell'ideologia fascista ma anche dalla volontà di bloccare la concorrenza femminile in un settore femminilizzato, creando così nuovi posti di lavoro per gli uomini. Gli accordi firmati dai sindacati fascisti ponevano un limite ai salari femminili che non potevano superare il 50% dei corrispettivi maschili. Poi ci si occupò dei ministeri, degli enti statali e parastatali, con altrettanta severità e misoginia: un decreto del 1933 autorizzava le singole amministrazioni a stabilire nei bandi di concorso l'esclusione totale delle donne o i limiti entro cui contenerne l'assunzione; un decreto immediatamente successivo, del 1934, escludeva le donne da una serie di uffici e incarichi pubblici (era loro proibito ad esempio fare il segretario comunale). Infine - fu l'ultimo passo - si dettarono norme analoghe anche per i privati: con un decreto dell'ottobre del 1938 si decise che negli impieghi pubblici e privati le donne non potevano coprire più del 10% dei posti. Le lavoratrici che già fossero state in servizio avrebbero dovuto essere collocate a riposo quando avessero raggiunto il minimo di anzianità. Nel settore privato non si concedeva nemmeno questa dilazione: al massimo entro tre anni le donne avrebbero dovuto essere sostituite da colleghi maschi. Ma i tre anni posti come limite ci avrebbero portati nel pieno della guerra, quando dunque la mancanza di mano d'opera avrebbe consigliato di non dar seguito a questi provvedimenti.43
Se ciò avvenne fu anche per considerazioni extra-economiche: sia per una misoginia di fondo del fascismo44 sia per un calcolo politico teso a conferire all'Italia una politica di potenza attraverso la ricerca di una rapida ed abbondante crescita demografica. Il fascismo, d'accordo in questo con la Chiesa, difese ed esaltò la funzione del matrimonio e della famiglia, come garanzia di stabilità e come base per lo sviluppo demografico. Il regime ostacolò quindi il lavoro delle donne in un'ottica complessiva di opposizione al processo di emancipazione femminile, cercando di imporre le gravidanze con ogni mezzo possibile (proibendo l'aborto, la vendita di contraccettivi e l'educazione sessuale). In tal senso creò organizzazioni femminili come i “Fasci femminili”, le “Piccole italiane”, delle “Giovani italiane” e delle “Massaie rurali”, il cui scopo era valorizzare le virtù domestiche della donna.45 I tanti proclami e provvedimenti non bastarono però a cancellare un processo storico di lunga durata e la politica fascista si rivelò empiricamente fallimentare: nonostante l'attacco all'occupazione femminile le donne continuarono a lavorare, la politica demografica non portò i risultati attesi e la protezione della maternità non risolse il problema della diffusa mortalità dei bambini durante il parto e nei primi anni di vita.46
Anche negli anni del fascismo i tassi di permanenza del personale femminile di fabbrica erano spesso superiori a quelli maschili (ad esempio alla Magneti Marelli o alla Ercole Marelli), anche se con qualifiche inferiori e mansioni più ripetitive di quelle maschile, per le quali i padroni assegnavano le mansioni richiedenti maggiore forza fisica e qualità intellettuale.47 Ancora nel 1931 le donne rappresentavano il 77% dell'organico del settore della lavorazione della seta, la più alta percentuale a livello mondiale. Bacino quasi inesauribile era il Veneto da dove venivano assoldate ragazze dai 12 ai 20 anni.48
Per quanto riguarda il settore terziario dal censimento del 1931 si trovano quote consistenti di donne impegnate in professioni relative all'insegnamento (135 mila), alla sanità (74 mila, di cui la metà monache addette all'assistenza, l'altra metà fatta di levatrici, assistenti sanitarie e infermiere). Da segnalare anche le 41 mila nell'amministrazione pubblica e nelle organizzazioni sindacali (di cui 2000 donne inquadrate come “dipendenti del Partito Nazionale Fascista”).49 Occorre però ricordare come l'Italia negli anni del fascismo rimanesse un paese fortemente rurale e contadino: nel 1939 la percentuale dei residenti in comuni con più di 100 mila abitanti è soltanto del 18%. Gli addetti all'agricoltura sul totale della popolazione attiva in quell'anno era al 51%, quella degli occupati nell'industria al 26,5%, quella degli addetti al terziario al 22%.50 Non si può quindi avere un quadro completo della condizione femminile di questo periodo se non ricordando che la stragrande maggioranza delle donne lavoratrici si trova nelle campagne, in condizioni spesso durissime. In un paese in cui era ancora fortissima la presenza del latifondo e della mezzadria, si può ricordare il quadro tracciato da Paul Ginsborg sulla condizione femminile nel modello della famiglia contadina tipica della mezzadria: “erano famiglie numerose in cui la donna era subalterna al 'capoccia', secondo il classico modello del patriarcato, ma a sua volta la 'massaia' (la donna più vecchia che in genere era la moglie) esercitava un potere specialmente sulle altre donne della casa (figlie e nuore) che erano ai suoi ordini. In questa divisione dei compiti le donne lavoravano assai duramente, sia nei campi che a casa: tra i faticosi compiti casalinghi (accendere e alimentare il fuoco, preparare da mangiare, portare l'acqua a casa, pulire, fare il bucato e stirare la roba anche del padrone) e quelli extradomestici (filare, tessere, aiutare a costruire scope, sedie, funi, attrezzi da lavoro e oggetti in rafia da vendere) potevano arrivare a lavorare 500 ore l'anno, più di ogni altro membro della famiglia. Queste famiglie si trovavano ancora negli anni '30-40 nelle realtà contadine più arretrate del centro Italia”».
41. E. Canti, La condizione retributiva delle lavoratrici in Italia, cit., cap. 1 - Storia della donna in Italia nel '900, paragrafo Donne lavoratrici tra Prima e Seconda Guerra Mondiale.
42. V. De Grazia, Il patriarcato fascista: come Mussolini governò le donne italiane (1922-1940), all'interno di G. Duby & M. Perrot (cura di), Storia delle donne in Occidente. Il Novecento, cit., p. 141.
43. D. Migliucci & M. Costa, Breve storia delle conquiste femminili nel lavoro e nella società italiana, Camera del lavoro Metropolitana di Milano, Bine Editore, Milano 2007, p. 35, oltre che M. Mafai, Pane nero. Donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano 1987, p.53-56 e V. De Grazia, Il patriarcato fascista, cit., pp. 162-166; Camilla Ravera nel ripercorrere questi eventi ricorda come «tutto questo non avviene senza resistenza da parte dei lavoratori e delle lavoratrici. Le operaie oppongono al fascismo una resistenza tenace, in alcuni casi eroica». Vd C. Ravera, Breve storia del movimento femminile in Italia, Editori Riuniti, Roma 1978, pp. 127-148.
44. Su tale aspetto valga questo appunto contenuto in M. Mafai, Pane nero, cit., p.53-56: «Ai fascisti non erano mai piaciute le donne lavoratrici, così come non apprezzavano le donne che studiavano e pretendevano di esercitare una professione. “Riconosco”, aveva confidato Mussolini a una giornalista francese che lo intervistava, “che molte donne si trovano sotto la pressione di difficili condizioni economiche e sono per conseguenza obbligate a cercare un lavoro fuori della propria casa. Ma il loro vero compito è soprattutto quello di spose e di madri. Il vero posto della donna, nella società moderna, è, come nel passato, nella casa”».
45. G. Sabbatucci & V. Vidotto, Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi, Roma-Bari, Laterza 2005, p. 381 e per un approfondimento V. De Grazia, Il patriarcato fascista, cit., pp. 146, 151-162, 166-173.
46. D. Migliucci & M. Costa, Breve storia delle conquiste femminili nel lavoro e nella società italiana, cit., p. 25.
47. G. Maifreda, La disciplina del lavoro. Operai, macchine e fabbriche nella storia italiana, Paravia Bruno Mondadori, Milano 2007, p. 214.
48. A. De Clementi, Operai e operaie nel primo cinquantennio del capitalismo italiano, all'interno di S. Musso (cura di), Storia del lavoro in Italia. Il Novecento 1896-1945 il lavoro nell'età industriale, Castelvecchi, Roma 2015, p. 49.
49. B. Curli, Dalla Grande Guerra alla Grande crisi: i lavori delle donne, all'interno di S. Musso (cura di), Storia del lavoro in Italia, cit., p. 232.
50. G. Sabbatucci & V. Vidotto, Il mondo contemporaneo, cit., pp. 380-381.