01 Dicembre 2020

6.9. “TORNATEVENE A CASA VOSTRA”: SCHIAVI SOMALI E PADRONI ITALIANI


L'immagine mette assieme 4 (delle originarie 8) cartoline umoristiche realizzate da Enrico De Seta e disegnate dal pittore Enrico De Seta ad uso delle truppe italiane dell'Africa Orientale; Enrico De Seta fu un famoso illustratore del giornale Balilla, divulgatore per l'infanzia dei miti fascisti; da tali immagini emerge bene la concezione e l'ideologia violentissima con cui il fascismo considerava le popolazioni locali.
Leggiamo direttamente dal grande storico italiano Angelo Del Boca55:
«Marcello Serrazanetti, segretario federale del Partito Nazionale Fascista della Somalia, fu uno dei pochi a denunciare le terribili condizioni di vita cui era sottoposta la popolazione indigena locale sotto la gestione del colonialismo italo-fascista. Serrazanetti giungeva in Somalia nel 1929 e negli anni successivi inviava a Mussolini tre lunghe memorie che affrontavano i problemi della Somalia e, in primissimo piano, quello del lavoro forzato. In questi documenti, che rappresentano l'unica critica pubblica apparsa durante il Ventennio sull'organizzazione della colonia e sull'infelice gestione del rapporto con le popolazioni indigene Serrazanetti scriveva quanto seguiva: dopo aver premesso che “sarebbe ingenuo considerare la colonizzazione come un'espansione puramente filantropica”, e che si può anche, di fronte all'urgenza di mettere in valore una colonia, “ricorrere al lavoro forzato” considerandolo appunto “una dura necessità iniziale”, precisava tuttavia che esso comunque deve essere “limitato all'esecuzione di opere di pubblica utilità”, mai di “utilità privata”, e mai accompagnato da “soprusi e maltrattamenti”. Al contrario, testimoniava il federale, “il lavoro forzato che s'impone da alcuni anni ai nativi della Somalia, invano cinicamente mascherato nel 1929 da un contratto di lavoro, è assai peggiore della vera schiavitù, poiché laggiù è stata tolta al lavoratore indigeno quella valida tutela dello schiavo che era costituita dal suo valore venale, tutela che gli assicurava almeno quel minimo di cure che l'ultimo carrettiere ha per il suo asino, nella preoccupazione di doverne comprare un altro se quello muore. Mentre in Somalia quando l'indigeno assegnato ad una concessione muore o diventa inabile al lavoro, se ne chiede senz'altro la sostituzione al competente Ufficio Governativo che vi provvede gratis”.
Poi Serrazanetti passava a esaminare il fenomeno nei suoi particolari più sconcertanti, precisando, per cominciare, che i lavoratori non venivano liberamente reclutati, ma prelevati con la forza “dalle cabile ritenute le più devote e le più docili”, spesso con la complicità di alcuni notabili stipendiati. Poi a piedi, sotto scorta armata, a volte addirittura legati gli uni agli altri per impedire fughe, le colonne di deportati venivano avviate a destinazione, spesso percorrendo anche centinaia di chilometri. Giunte alla concessione, le nuove reclute erano invitate ad apporre la loro impronta digitale su un contratto, di cui non potevano capire il significato, e quindi venivano avviate al lavoro, che era di dieci ore al giorno e che si svolgeva sotto la stretta sorveglianza dei concessionari o dei capoccia. Se per ragioni di salute o per l'abbattimento morale, i lavoratori non fornivano l'atteso rendimento, accadeva che in molte concessioni si usasse il sistema di dimezzare o di sospendere la razione di cibo, attendendo che la fame li spingesse a una maggiore attività. In questo inferno, i più robusti riuscivano a adattarsi, sia pure lentamente, al nuovo ambiente; altri si ammalavano e morivano; altri ancora tentavano la fuga e si rassegnavano a vivere nelle più inospitali boscaglie.
Nel 1929” ricordava Serrazanetti “ne furono rastrellati parecchie centinaia, nei pressi di Giuba, a 400 km di distanza da Genale”. Se poi qualcuno, fra quelli che si erano sottomessi, si rifiutava di lavorare o si ribellava al concessionario, era denunciato alle autorità coloniali e da queste duramente punito, di solito con un certo numero di scudisciate e, nei casi più gravi, con alcuni mesi di prigione. Il federale soggiungeva: “non mi dilungo ad esporre altri episodi di morti trovati nei campi o per le strade, di ammalati e moribondi abbandonati alla loro sorte senza alcuna assistenza o aiuto, di lavoratori morti in seguito alle bastonate ricevute dal concessionario da cui dipendevano, perché spinti dalla fame avevano rubato alcune pannocchie nel campo, di individui infine che, destinati al lavoro in concessione, hanno preferito il suicidio, fatto rarissimo fra i somali, aprendosi il ventre col proprio coltello”.
[…] Ciò che infastidiva Serrazanetti, oltre alla brutalità e all'ingordigia dei concessionari e alla palese complicità dei governanti, era il quadro “suggestivo, georgico, olimpico” che della situazione a Genale davano in Italia politici e studiosi che erano stati invitati in Somalia. Egli li accusava di falso e li incolpava di essere di corte vedute, di bloccare con i loro suggerimenti lo sviluppo della colonia. Il pressante invito di Serrazanetti era invece quello di abolire il lavoro forzato, “che tiene in uno stato peggiore della schiavitù 6000-7000 neri”, di potenziare l'economia indigena, di procedere senza indugio alla protezione delle popolazioni somale, che soltanto nella carestia del 1932 avevano lamentato 60 mila morti. […] Mussolini non gli avrebbe reso giustizia. Al contrario. Per prima cosa gli avrebbe tolto l'incarico di segretario federale per affidarlo a Maurizio Rava, che così, per la prima volta, avrebbe cumulato le due cariche di governatore e di federale. più tardi, nel 1933, lo richiamava in patria e gli affidava il modesto incarico di vicesegretario della federazione fascista di Bologna. […] Quello che i somali chiamavano “schiavismo bianco” non verrà ufficialmente soppresso che nel febbraio 1941, con l'occupazione britannica della Somalia. Ma non del tutto perché, ancora nel 1948, una delle 23 condizioni poste dalla Conferenza della Somalia per accettare l'amministrazione fiduciaria dell'Italia era proprio la soppressione del lavoro forzato. In pratica questa vergogna venne cancellata soltanto quando l'ultimo concessionario italiano lasciò la Somalia. Oggi la Somalia è uno stato balcanizzato, dove non riesce ad affermarsi da decenni una forte autorità governativa centralizzata. È tra le 5 nazioni meno sviluppate nel mondo e, in sostanza, essa dipende quasi totalmente dagli aiuti umanitari. Quanti di questi danni derivano dalla pessima amministrazione italiana durata per oltre 50 anni?»
55. A. Del Boca, Italiani brava gente?, Neri Pozza Editore, Vicenza 2014, pp. 163-168.