17 Maggio 2022

4.08. IL TENTATO GOLPE DEL 17 GIUGNO 1953

Sui moti di Berlino del 1953 leggiamo quanto scrivono Aldo Bernardini e Adriana Chiaia47:
«I moti di protesta e gli scioperi che ebbero luogo il 17 giugno 1953 a Berlino e in altre località della RDT (tra i primi lo sciopero degli operai e dei cantieri di costruzione della Stalinallee) furono la risposta ai provvedimenti, decisi dalla SED (Partito di Unità Socialista di Germania) e dal governo, che comportavano l'aumento generalizzato dei prezzi dei beni di consumo indispensabili, l'esclusione di ampie categorie di cittadini dalla possibilità di approvvigionarsi a prezzi contenuti di beni alimentari ed inoltre il peggioramento delle norme e dei tempi di lavoro per gli operai.
Nelle manifestazioni spontanee, volte ad ottenere il ritiro di simili provvedimenti, si insinuò l'attacco sovversivo delle potenze imperialiste occidentali allo scopo di abbattere il governo del primo Stato socialista in Germania. Risultarono subito evidenti l'intento di trasformare ogni sciopero rivendicativo ed ogni manifestazione sindacale operaia in insurrezione contro il governo e il carattere organizzato e premeditato dell'intervento pilotato dall'esterno. La presenza attiva di noti nazisti e di provocatori mercenari provenienti da Berlino Ovest, che mettevano in bocca ai dimostranti parole d'ordine come: “elezioni libere, libertà per tutti i partiti, liberazione dei prigionieri politici (nazisti condannati per crimini di guerra)” e slogan antisovietici, è ampiamente provata perfino dalle testimonianze insospettabili di giornali occidentali (compresi quelli anticomunisti). La rivolta fu repressa in breve tempo dall'intervento militare delle forze sovietiche ed in alcune situazioni dagli stessi operai che si opposero alle devastazioni istigate dai provocatori. Per individuare la causa primaria delle misure peggiorative delle condizioni di vita e di lavoro della popolazione, che il partito ed il governo della RDT erano stati costretti ad emanare, bisogna risalire al netto rifiuto delle potenze occidentali di accettare la soluzione, proposta da Stalin alla fine della seconda guerra mondiale, dell'unificazione di una Germania neutrale e smilitarizzata. Il successivo riarmo della Germania occidentale e la sua integrazione nel sistema militare europeo, avevano imposto alla classe dirigente della RDT la decisione di accelerare il processo di socializzazione dell'economia e di far fronte alle spese militari che la nuova situazione comportava. Tuttavia la congiuntura non giustificava la pessima e contraddittoria gestione dall'alto delle pur necessarie misure economiche che ne derivavano. Esse, emanate non senza l'obbligata consultazione con la Commissione di controllo sovietica, presente sul territorio della Germania Est, furono successivamente bruscamente revocate dopo la rivolta (tranne quelle concernenti le condizioni e i ritmi di lavoro nelle fabbriche) per espresso ordine di Mosca. In entrambi i casi furono decisioni imposte senza una adeguata consultazione e discussione nelle istanze di base del partito, del sindacato e delle organizzazioni di massa. Questo stile di lavoro, non poteva che minare la fiducia della classe operaia e di vasti strati della popolazione nei confronti del partito e fomentare il rifiuto di qualsiasi provvedimento, anche se giustificato. I dirigenti della SED affrontarono la situazione critica con una riflessione e un dibattito interno sulle cause degli eventi, ma resistettero alle pressioni interne (minoritarie) ed esterne (sovietiche) non aprendo a soluzioni revisionistiche, come sarebbe accaduto in Polonia e in Ungheria nel 1956, bensì riaffermando i principi e la prassi della politica e dell'economia socialiste».
L’Unità, l’organo del Partito Comunista Italiano, il 19 giugno 1953, dopo l’intervento dei carri armati sovietici a Berlino Est, approva senza riserve la repressione, definendo la rivolta un «complotto a opera degli statunitensi e di Adenauer». Tale giudizio, pur avendo un fondo di verità e risultando aderente alla logica di non cedere di un millimetro di fronte alla propaganda nemica, sia impreciso. Che ci siano stati interventi e strumentalizzazioni dell'imperialismo occidentale è fuor di dubbio, ma causa altrettanto importante è stata l'erroneità delle decisioni prese dalla SED, probabilmente suggerita male (volutamente?) da organismi politici non adeguati a Mosca. Secondo lo storico Gossweiler, l'erroneità della modalità di procedere è dovuta alla crisi in cui era piombata la direzione del PCUS dopo la morte di Stalin (5 marzo 1953), con la lotta interna iniziata tra i revisionisti Chruščev e Mikojan da una parte e quelli (Molotov, Malenkov, Berija, Bulganin, ecc.) che verranno da questi bollati come “stalinisti” (in realtà marxisti-leninisti) dall'altra. Gossweiler non esclude che tale gestione, evidentemente inadeguata, sia stata volutamente favorita e suggerita da Mosca da esponenti interessati ad ottenere un cambio al vertice della SED, riuscendo così a sostituire il marxista-leninista Walter Ulbricht con una dirigenza più affine al “nuovo corso” chruščeviano.
47. K. Gossweiler, Contro il revisionismo, cit., pp. 182-183, 539-541.

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