03 Luglio 2022

16.1. DALLE RIFORME DI ALLENDE AL NEOLIBERISMO DI PINOCHET

La storia del Cile di Allende è una delle più paradigmatiche del '900, non così diversa in sé da decine di altri colpi di stato promossi dagli USA in giro per il mondo, ma che ha saputo entrare nel senso comune come il simbolo più evidente del fatto che la libertà “democratica” offerta dall'imperialismo sia solo di facciata e limitata nella sostanza alle condizioni imposte dal grande Capitale e dai suoi rappresentanti politici seduti a Washington. Per capire interamente il senso della vicenda cilena ci avvaliamo di un ottimo e accurato resoconto storico presente in rete: Salvador Allende
«è candidato alla presidenza del Cile senza successo nel 1952, 1958 e 1964. Nelle elezioni presidenziali del 1970 si presenta come leader-candidato della coalizione Unidad Popular, alleanza di centro-sinistra formata dal Partido Socialista, Partido Comunista, Partido Radical, Movimiento de Acción Popular, Partido de Izquierda Radical e l’Acción Popular Independiente. La sua candidatura è appoggiata anche dalla Federazione dei Sindacati Nazionali (Federacion Nacional de Sindicatos), dalla confederazione sindacale CUT (Central Única de Trabajadores), dagli studenti e operai cileni, dalla borghesia progressista, dal mondo intellettuale (tra cui il poeta Pablo Neruda) e da molti artisti (tra cui gli Inti-Illimani, che popolarizzano Venceremos, l’inno della coalizione Unidad Popular). Nella competizione Allende, pur essendo il maggior suffragato, non riesce a ottenere la maggioranza assoluta, raggiungendo solo il 36% dei voti con 1.070.334 preferenze. Per cui, in base alla Costituzione cilena, il Congresso assume il compito di nominare il presidente tra quest’ultimo e Jorge Alessandri, il leader della Destra arrivato secondo nella competizione elettorale. L’establishment politico statunitense aveva già posto il veto su Allende, ma in vista della decisione del Parlamento cileno i consiglieri di Nixon tentano di impedirne l’elezione con un massiccio finanziamento ai partiti politici avversari. Gli USA non possono permettersi un presidente comunista nel “cortile” di casa, per di più se eletto democraticamente dal popolo. A spianare la strada presidenziale ad Allende è un evento tragico: il 22 ottobre, poco prima del voto del Congresso, il generale René Schneider Chereau, comandante in capo dell’esercito cileno di tendenze progressiste, è vittima di un tentato sequestro da parte di uomini legati al generale Roberto Viaux, ufficiale vicino al candidato Alessandri. L’azione terroristica non riesce, ma il generale Schneider è ferito e muore tre giorni dopo in ospedale. L’evento si rivela un vero e proprio boomerang contro il concorrente conservatore: a seguito dell’indignazione nazionale, il 25 ottobre la Democracia Cristiana di Radomiro Tomic Romero decide di appoggiare Allende, previa sottoscrizione di quest’ultimo di uno Statuto delle garanzie democratiche, un documento che impegna Allende al rispetto del pluralismo politico e delle garanzie costituzionali, in pratica a non trasformare lo Stato in un regime comunista. Il 3 novembre Allende diventa Presidente del Cile, insediandosi nel palazzo de La Moneda a Santiago.
Eletto presidente, Allende dichiara la sua intenzione di promuovere la cosiddetta “via cilena al socialismo democratico”, un tentativo visionario e allo stesso tempo incerto di riformare lo Stato cileno attraverso mutamenti radicali nel campo sociale, economico e di politica internazionale. I primi interventi del governo sono volti alla ridistribuzione della ricchezza nazionale e a migliorare le condizioni dei ceti meno abbienti (ad esempio con la distribuzione di mezzo litro di latte al giorno a ogni bambino di età inferiore ai quattordici anni) e dei lavoratori (ad esempio con l’aumento dei salari e con l’attribuzione di un miglior ruolo dei lavoratori nelle imprese pubbliche o a partecipazione pubblica). Seguono così l’avvio della nazionalizzazione delle banche, il rinnovo del sistema sanitario e dell’istruzione. Con la riforma agraria iniziano i procedimenti di espropriazione miranti alla sparizione del latifondo, assieme alla creazione di una tassa sulle plusvalenze. Poi arriva il programma di recupero delle ricchezze fondamentali che sono in mano al capitale straniero, attraverso la nazionalizzazione delle principali industrie private, fra cui le produttive miniere di rame fino ad allora sotto il controllo delle aziende nordamericane Kennecott e Anaconda. Contemporaneamente Allende sospende il pagamento del debito estero e dei crediti da versare ai potentati economici stranieri. Nonostante Allende cerchi di realizzare il progetto della via cilena al socialismo democratico nel pieno rispetto della Costituzione, si mette contro, oltre le grandi multinazionali straniere (tra cui le già citate Anaconda e Kennecott, ma anche la Ford, la Bank of America e così via), anche quella parte di società cilena che da troppi anni è abituata a godere di favoritismi e privilegi, in primis i grandi latifondisti. Le “cattive” frequentazioni di Allende sul fronte internazionale preoccupano non poco gli USA e tutta la parte conservatrice del Cile. Allende, infatti, a seguito di una visita ufficiale del presidente cubano Fidel Castro nel 1971, stringe rapporti diplomatici con Cuba. Questo, nonostante l’adesione del Cile alla “Organizzazione degli Stati Americani”, che aveva stabilito che nessun Stato aderente avrebbe concesso aperture verso Cuba. Allende ha anche stretti contatti con il presidente argentino Héctor José Cámpora, peronista di Sinistra. Secondo l’archivio Mitrokhin Allende mantiene contatti anche con l’URSS, attraverso il funzionario del KBG Svjatoslav Kuznetsov, ricevendo finanziamenti. Il timore che la “via cilena al socialismo” porti a una dittatura comunista, o peggio a uno Stato socialista modello, agita il sonno del presidente statunitense. Ecco allora l’amministrazione Nixon attivarsi attraverso molti canali, illegali (finanziamento degli oppositori politici e del sindacato dei camionisti) e legali (embargo economico contro il Cile e blocco dei crediti da parte della Export Import Bank). Il blocco dei crediti da parte statunitense provoca una sospensione a catena dei crediti da parte di quasi tutte le grandi banche pubbliche e private, non solo quelle americane. Ad esempio il Banco Interamericano di Sviluppo nega aiuti al Cile, rigettando le richieste di finanziamento di qualsiasi progetto industriale di sviluppo, e concede soltanto piccoli prestiti. […] Nonostante il boicottaggio internazionale e la forte contrapposizione, fra la fine del 1970 e il 1971 le scelte riformiste di Allende e del suo ministro dell’economia, Pedro Vuskovic, sono eccellenti, con effetti più che positivi: la crescita industriale sale al 12%, il PIL al 8,6%, seguito da un declino dell’inflazione (che passa dal 34.9% al 22.1%) e del tasso di disoccupazione (che scende al 3,8%)».122
Aggiungiamo qualche dato per far capire meglio la consistenza delle riforme di Allende e i loro effetti: nel 1973 lo Stato controlla il 90% delle miniere, l'85% delle banche, l'84% delle imprese edili, l'80% delle grandi industrie, il 75% delle aziende agricole ed il 52% delle imprese medio-piccole. Allo scopo di stimolare la crescita economica, il governo avvia un intenso programma di lavori pubblici – tra cui la metropolitana di Santiago, in modo da collegare meglio i quartieri operai – la costruzione di numerose case popolari ed investimenti per migliorare i servizi igienico-sanitari. Importanti sono gli interventi nell'agricoltura che favoriscono i contadini braccianti e i piccoli imprenditori coltivatori (in gran parte ex braccianti che hanno acquistato piccole proprietà o imprese familiari), che godono di sovvenzioni e sgravi fiscali notevoli a scapito dei latifondi e delle proprietà maggiori di ottanta ettari di cui è disposta l'espropriazione. Viene attuato un grande sforzo per ridistribuire la ricchezza a vantaggio dei cileni più poveri, tra cui gli indigeni mapuche. Tali ambiziosi progetti, sebbene incompleti, comportano un netto aumento dei salari e degli assegni famigliari (in seguito vanificati dalla recrudescenza dell'inflazione) che permettono ai più poveri di nutrirsi o di vestirsi meglio e di godere di un maggiore accesso ai servizi di sicurezza sociale. Gli effetti delle politiche di redistribuzione sono testimoniati dall'aumento della quota del reddito salariale dal 51,6% (media annuale tra il 1965 e 1970) al 65%, dall'aumento del 12,9% dei consumi delle famiglie e dall'incremento della spesa media personale, pari al 4,8% nel periodo 1965-1970 e che raggiunge l'11,9% nel 1971. Oltre ad altri importanti provvedimenti riguardanti la laicità, l'alfabetizzazione, lo stato sociale e la protezione dell'infanzia, il governo Allende propone una politica culturale radicale che prevede la diffusione dell'arte tra la popolazione cilena attraverso il finanziamento di una serie di attività culturali. Con la concessione del voto ai giovani di 18 anni e agli analfabeti è incoraggiata la partecipazione di massa al processo decisionale, mentre le tradizionali strutture gerarchiche sono contestate dall'egualitarismo socialista. Il governo Allende vira il sistema educativo verso i cileni più poveri, ampliando le iscrizioni attraverso sussidi governativi. Si procede a “democratizzare” la formazione universitaria, rendendo il sistema quasi gratuito. Aumentano così dell'89% le iscrizioni universitarie tra il 1970 e il 1973. Il governo aumenta anche l'iscrizione nelle scuole secondarie dal 38% del 1970 al 51% nel 1974. L'iscrizione nella formazione raggiunge livelli record con 3,6 milioni i giovani; per far fronte al boom di richieste 8 milioni di libri scolastici vengono distribuiti tra 2.600.000 alunni nella scuola primaria. 130.000 studenti sono stati immatricolati dalle università, che diventa accessibile a contadini e operai. Il tasso di analfabetismo viene ridotto dal 12% del 1970 al 10,8% nel 1972, mentre l'iscrizione alla scuola primaria aumenta da una media annua del 3,4% nel periodo 1966-70 al 6,5% nel 1971-72. L'istruzione secondaria cresce ad un tasso del 18,2% nel 1971-72 e l'iscrizione alla scuola media di bambini tra i 6 e i 14 anni passa dal 91% (1966-70) al 99%.123 Qualcuno però rema contro questo processo e lavora alacremente per farlo fallire:
«Tuttavia i miglioramenti nella sfera economico-sociale entrano quasi subito in contrasto con le variabili finanziare: l’aumento della spesa pubblica, dal 26% del 1970 al 31,1% dell’inizio 1972, l’enorme declino dell’esportazioni causate dal boicottaggio statunitense e il vertiginoso aumento delle importazioni, specialmente delle derrate alimentari, determinano un collasso dello Stato. La morsa interna dell’opposizione e quella esterna del boicottaggio degli Stati Uniti e del taglio degli aiuti e dei prestiti internazionali portano a una iper-inflazione del 163% […]. A ottobre, i ventiquattro giorni di paro (lo sciopero) dei camionisti, a cui si aggiungono i lavoratori dell’industria del rame e i piccoli commercianti, sono il colpo finale al socialismo di Allende. Nel novembre del 1972, per risolvere la crisi, Allende apre il suo governo alla presenza dei militari, assegnando al generale Carlos Prats il ruolo di ministro degli interni e capo di stato maggiore dell’Ejército de Chile. A dicembre il presidente cileno si reca a New York, dove denuncia in un discorso alle Nazioni Unite l’aggressione delle multinazionali contro il suo governo. L’anno 1973 si apre con un pessimo andamento dell’economia dovuto all’altissimo tasso di inflazione e alla mancanza di materie prime, che fanno piombare il paese nel caos totale. Gli scioperi divengono prassi per contestare il governo. Nell’aria si respira “puzza di golpe”».124
Perfino l'enciclopedia De Agostini125 riporta in conclusione che le riforme progressiste di Allende scatenano la
«reazione delle forze conservatrici cilene (che tra l'altro operarono una massiccia fuga di capitali) e la non meno immediata ritorsione delle multinazionali nordamericane. Così, per un concorso di responsabilità delle classi dominanti cilene, della piccola e media borghesia malcontenta della perdita di tradizionali privilegi, degli ambienti finanziari internazionali (che bloccarono tutti i crediti destinati al Cile e richiesero l'immediata restituzione di quelli già accordati), nonché per un'errata valutazione sull'effettiva consistenza delle forze che sostenevano il programma governativo, Allende fu facilmente sopraffatto dalle opposizioni e dai corporativismi».
Federico La Mattina126 illustra gli avvenimenti successivi al golpe, con l'ascesa di una dittatura militare di stampo ultra-liberista. Il Cile torna ad essere subalterno alle volontà dell'imperialismo:
«Il Cile di Augusto Pinochet divenne subito un solido partner di Washington e diede origine ad una brutale repressione. Venne decretato lo stato di guerra e i militari “abrogarono le libertà civili, diedero alla polizia mano libera per trattenere gli arresti, interrogare, giudicare e giustiziare 'allendisti' e simpatizzanti di sinistra, oltre a istituire la tortura (proibita dalla legge cilena) ed esecuzioni extra-giudiziarie”. Furono chiusi gli organi mediatici allendisti, annullati il diritto di sciopero e associazione, messi al bando i partiti dell’Unità Popolare. Vennero estorte confessioni sotto tortura e lo stadio di Santiago (dove venne giustiziato anche il cantante Victor Jara) divenne un enorme campo di concentramento e di sterminio. Alla fine del 1973 la giunta militare creò la DINA (Directorio Nacional de Inteligencia), che allestì centri di detenzione clandestina, il cui scopo era “lo sterminio totale del marxismo”. La politica economica cilena, neoliberista e monetarista, venne gestita dall’équipe dei Chicago Boys che seguivano le teorie di Milton Friedman. Le politiche adottate dalla giunta cilena furono caratterizzate da:
- Centralità del ruolo del mercato
- Riduzione del ruolo dello Stato nell’economia
- Privatizzazioni
- Riduzione della spesa pubblica e taglio alle spese sociali
- Liberalizzazione del mercato del lavoro, riduzione dei salari reali, soppressione dei diritti sindacali per facilitare gli investimenti stranieri
Gli esiti apparentemente positivi delle ricette neoliberiste in Cile (il cosiddetto “miracolo economico cileno”) produssero a lungo andare un indebolimento delle industrie nazionali, molte attività di piccole e medie dimensioni fallirono e si assistette ad una significativa polarizzazione della ricchezza nel paese. Prima della fine del 1980 il debito estero cileno era di 1,82 miliardi di dollari mentre nel 1977 ammontava a 481 milioni».
122. R. Paternoster, Allende e la via al socialismo democratico in Cile, Storia in Network, 1 dicembre 2016.
123. Wikipedia, Salvador Allende, che per i dati in oggetto riporta come fonte principale S. Collier & W. F. Sater, A History of Chile, 1808–1994, Cambridge University Press, Cambridge 1996.
124. R. Paternoster, Allende e la via al socialismo democratico in Cile, cit.
125. Enciclopedia De Agostini, Cile, Sapere.it.
126. F. La Mattina, In memoria di Salvador Allende, Marx21 (web), 11 settembre 2016.

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