03 Dicembre 2020

3.6. L'IMPERIALISMO NEMICO DEI POPOLI

«Compagni! Al XXIII congresso, e in seguito in una serie di suoi documenti, il nostro partito ha già fornito un giudizio esauriente sull'imperialismo moderno. Un'analisi marxista-leninista delle sue odierne peculiarità è contenuta nei documenti della Conferenza comunista internazionale del 1969. Permettetemi perciò di soffermarmi, alla luce dell'esperienza degli ultimi anni, solo su alcuni momenti fondamentali, di cui dobbiamo tener conto nella nostra politica. I tratti particolari del capitalismo contemporaneo sono dovuti in notevole misura al fatto che esso cerca di adattarsi alla nuova situazione nel mondo. Nelle condizioni della lotta contro il socialismo i circoli dirigenti dei paesi del capitale temono come non mai la trasformazione della lotta di classe in un movimento rivoluzionario di massa. Di qui la tendenza della borghesia ad adottare forme occulte di sfruttamento e di asservimento dei lavoratori, la sua inclinazione ad accordare, in una serie di casi, riforme parziali per mantenere possibilmente le masse sotto un proprio controllo ideologico e politico. I monopoli si servono largamente delle conquiste del progresso tecnico-scientifico per rafforzare le proprie posizioni, per accrescere l'efficienza e i ritmi di sviluppo della produzione, per intensificare lo sfruttamento dei lavoratori, la loro oppressione. Ma l'adattamento alle nuove condizioni non significa stabilizzazione del capitalismo come sistema. La crisi generale del capitalismo continua ad accentuarsi. Anche i paesi capitalistici più avanzati non sono esenti da seri sconvolgimenti economici. Gli USA, per esempio, già da circa due anni non riescono ad uscire da una nuova crisi economica. Gli ultimi anni sono stati contrassegnati anche da una grave crisi del sistema monetario e finanziario del capitalismo. È diventato un fenomeno costante lo sviluppo simultaneo dell'inflazione e della disoccupazione. Nei paesi a capitalismo avanzato si contano oggi circa 8 milioni di disoccupati. Né i processi di integrazione, né l'interesse di classe degli imperialisti a imbastire un'unità di sforzi nella lotta contro il socialismo mondiale sono valsi ad eliminare le contraddizioni fra gli Stati imperialistici. Verso l'inizio degli anni '70 sono emersi chiaramente i principali centri di rivalità imperialistica: USA, Europa Occidentale (soprattutto i sei del Mercato comune) e Giappone. Fra di essi si svolge una lotta concorrenziale, economica e politica sempre più acuta. I divieti elevati dagli organi ufficiali degli USA all'importazione di un numero sempre maggiore di merci dall'Europa e dal Giappone e i tentativi dei paesi europei di limitare il loro sfruttamento ad opera del capitale americano sono solo alcuni momenti di questa lotta.
La politica estera dell'imperialismo nel quinquennio trascorso ha fornito nuove prove dell'immutabilità della sua natura reazionaria e aggressiva. In relazione a ciò bisogna soffermarsi prima di tutto sull'imperialismo americano, il quale ha confermato di nuovo in questi ultimi anni la sua aspirazione ad assolvere il ruolo di una specie di garante e protettore del sistema internazionale di sfruttamento e di asservimento. Esso mira a dominare ovunque, interviene negli affari degli altri popoli, viola sfacciatamente i loro diritti legittimi e la loro sovranità, cerca di imporre, con la forza, con la corruzione, con la penetrazione economica, la propria volontà ad altri Stati e ad intere regioni del mondo. Forze della guerra e dell'aggressione esistono, s'intende, anche negli altri paesi imperialistici. Nella Germania Occidentale sono i revanscisti che vengono a collusione sempre di più con i neonazisti; in Inghilterra sono i soffocatori della libertà dell'Irlanda settentrionale, i fornitori di armi ai razzisti dell'Africa del Sud, gli apologeti della politica aggressiva degli USA; in Giappone sono i militaristi, i quali, ad onta della costituzione che vieta “in eterno” la guerra, cercano di spingere di nuovo questo paese sulla via dell'espansione e dell'aggressione. Bisogna, compagni, tenere presente inoltre che negli anni postbellici nel mondo capitalistico si assiste ad uno sviluppo senza precedenti del militarismo. Questa tendenza si è accentuata ancora di più negli ultimi tempi. Nel solo 1970 i paesi della NATO hanno investito nei preparativi bellici 103 miliardi di dollari. La militarizzazione ha assunto il carattere più pericoloso negli USA. Negli ultimi cinque anni in questo paese sono stati spesi per scopi militari circa 400 miliardi di dollari. Gli imperialisti saccheggiano sistematicamente i popoli di decine di paesi dell'Asia, dell'Africa, dell'America Latina. Essi ricavano ogni anno miliardi di dollari dal cosiddetto “terzo mondo”. Intanto, secondo i dati di un rapporto sulla situazione alimentare nel mondo, pubblicato dall'ONU nel 1970, in questi continenti 375 milioni di persone vivono sull'orlo della morte per inedia. Non vi è crimine che gli imperialisti non siano disposti a compiere pur di mantenere o di ristabilire il loro dominio sui popoli delle ex colonie o degli altri paesi che si liberano dalla morsa dello sfruttamento capitalistico. Il quinquennio trascorso ha fornito molte nuove prove al riguardo. L'aggressione contro gli Stati arabi, i tentativi di invasione della Guinea da parte dei colonialisti, l'attività sovversiva contro i regimi progressivi nell'America Latina sono sempre lì a ricordare che la guerra dell'imperialismo contro i popoli amanti della libertà non ha tregua».33
33. Ibidem.