23 Gennaio 2020

6.2. I VERI NUMERI SULLE REPRESSIONI E SULLE PURGHE

È noto come per l'URSS si tenda spesso ad accomunarla al Paese che compì “il più grande crimine dell'umanità”, secondo una versione, fondata su storici borghesi faziosi e anticomunisti, che accrediterebbe al regime nel suo complesso circa 60 milioni di morti. Torneremo più avanti con considerazioni sulla lotta di classe svolta in ambito storiografico. Per ora facciamo luce sulla reale entità della repressione avvenuta in epoca staliniana, dovuta a ben precisi motivi, determinati dall'assedio subito e dai pericoli controrivoluzionari, ma più in generale da un'epoca storica estremamente carica di violenza: basti ricordare i nazifascismi dilaganti o i crimini imperialisti nelle colonie. Per fare solo un esempio (ma nel secondo volume daremo descrizioni particolareggiate) ricordiamo che Churchill nel 1943 causava volontariamente una carestia nell'Ovest dell'India che fece milioni di morti, all'unico fine di fare terra bruciata in caso di invasione giapponese. Eppure Churchill è tuttora uno dei più stimati personaggi del XX secolo per l'opinione pubblica dominante. Andiamo ad analizzare una sintesi dei dati e dei veri numeri riguardanti le repressioni e le purghe attraverso una sintesi realizzata da Ivan Di Francesco139 sulla base di alcuni degli studi più recenti. Più avanti, attraverso un approfondimento ulteriore di ulteriori fonti, vedremo come alcuni di questi stessi numeri, specie in riferimento alle Purghe del 1937-38, siano ulteriormente da ridimensionare.
«Popolazione Unione Sovietica. Nel 1926 (dicembre) il censimento dette la cifra di 147.000.000, nel 1937 (gennaio) il censimento indicò in 162.000.000 la popolazione dell’URSS. Questo significa che in quel periodo la popolazione crebbe dello 1,02 %° l’anno, incremento identico a quello italiano e superiore al contemporaneo incremento medio annuale di Francia, Inghilterra e Germania. Il censimento del gennaio 1939 indicò in 170.000.000 la popolazione dell’URSS; secondo attendibili fonti la cifra è tropo alta e va ricondotta a 168-169.000.000. Anche accettando le cifre più basse abbiamo un incremento medio rispetto al 1926 (dicembre) del 1,42%°, nettamente superiore a quello degli altri paesi dell’Europa occidentale. La popolazione dell’URSS nel 1939, sempre accettando la cifra più bassa, incideva sul totale della popolazione mondiale per il 7,77 % (1919 7,50%); nello stesso periodo (1919-39) la Francia passa dal 2,17 al 1,91, la Germania dal 3,33 al 3,13, il Regno Unito dal 2,39 al 2,13, l’Italia dal 2,11 al 2 ( malgrado la campagna demografica del fascismo), gli USA dal 5,84 al 6 e il Giappone dal 3,03 al 3,05.Bastava leggere i numeri per rendersi conto che le cifre dei repressi e delle vittime sono state addirittura decuplicate, in alcuni casi, nei vari libri neri, al punto che lo stesso coautore del Libro nero del comunismo, Nicholas Werth, ha dovuto rettificare al forte ribasso le cifre gonfiate presenti nell’opera, come riconosciuto da lui stesso in un articolo dei primi anni ’90 sulla rivista L’Histoire.
Lotta alla contro-rivoluzione. Dal 1921 al 1953 furono condannate per attività controrivoluzionaria circa 4.000.000 di persone, delle quali 780.000 furono fucilate; nei campi di lavoro, colonie penali e prigioni morirono 600.000 detenuti politici. Si possono calcolare pertanto in 1.400.000 i morti per motivi politici nell’URSS dalla fine della guerra civile alla morte di Stalin. Sono cifre ben lontane da quelle riferite dai vari Conquest, Medvedev, Solženicyn, che oscillano tra 10.000.000 e 40.000.000 milioni di esecuzioni.
Sistema penale sovietico. Nel sistema penale sovietico i condannati potevano, soltanto nei casi più gravi, essere inviati nei Gulag, per reati meno gravi nelle colonie di lavoro, dove i condannati erano impiegati nelle fabbriche o nell’agricoltura e percepivano un regolare salario, o in particolari zone di residenza con proibizione di risiedere in alcune città, in genere Mosca o Leningrado. In quest’ultimo caso godevano in genere dei diritti politici; in attesa della sentenza gli accusati erano tenuti nelle prigioni. Il totale dei condannati nei Gulag oscillò tra un minimo di 510.000 nel 1930 a un massimo di 1.711.202 nel 1952. I condannati presenti nei Gulag, colonie di lavoro e prigioni oscillarono fra 1.335.032 del 1944 e 2.561.351 del 1950. Mancano i dati complessivi fino al 1939, quando si raggiunse la cifra generale di 2.000.000. La mortalità generalmente oscillante intorno al 3% annuo toccò punte elevate nel 1942 e 1943, 17%, durante il periodo bellico, quando anche le condizioni alimentari, igieniche, di salute della popolazione civile peggiorarono drammaticamente. Al tempo stesso la popolazione dei Gulag diminuì drasticamente, perché molti condannati furono arruolati nell’esercito. Il forte incremento degli anni postbellici è in parte da attribuire alla presenza di prigionieri di guerra, condannati per diserzione e collaborazione con gli occupanti tedeschi. È comunque interessante notare che la popolazione detenuta nel suo complesso arrivò a toccare al massimo il 2,4% della popolazione adulta; nel 1996 erano detenuti negli USA 5.500.000 persone cioè il 2,8% della popolazione adulta. Le statistiche ci dicono anche che la grande maggioranza dei condannati (80-90%) riceveva pene inferiori a 5 anni, meno del 1% superiori a 10. Vanno anche ricordati i provvedimenti di amnistia, i più larghi dei quali, che interessarono oltre un milione di detenuti, nel 1945 e nel 1953. Credo che qualunque paragone con i campi di concentramento nazisti sia un offesa alla verità; lì i deportati erano destinati, se ebrei, rom o di razze considerate inferiori, a morte certa; nessun tribunale aveva decretato la loro condanna; le pene non prevedevano un termine, non c’erano amnistie; non c’era la possibilità di revisione della condanna e di riabilitazione, come, anche in epoca staliniana avvenne per non pochi condannati: per quanto dure potessero essere le condizioni nei campi sovietici, non erano paragonabili a quelle dei lager nazisti. […]
Kulaki. […] Negli anni 1929-1931 vennero espropriati i terreni di 381.026 Kulaki che furono costretti all'espatrio insieme alle loro famiglie, nelle terre vergini dell’Est della Russia. Si trattava di 1.803.392 persone. Al 1° gennaio 1932 nei nuovi insediamenti ne furono censite 1.317.022. La differenza era di circa 486.000, che non coincide con la loro eliminazione fisica. Data la disorganizzazione dell’epoca, bisogna mettere in conto che un numero imprecisato di deportati riuscisse a fuggire durante il viaggio. Fenomeno frequente, confermato dal fatto che di quel 1.317.000 censiti nei nuovi insediamenti, 207.010 riuscirono a fuggire nel 1932. Molti altri, dopo la revisione del loro caso, poterono tornare nei luoghi d’origine».
139. I. Di Francesco, Stalin 60 milioni di morti, la più grande cazzata della storia!!!, Stachanovblog.org, 10 luglio 2013; l'autore ha utilizzato come fonti principali M. Grassi, Alcune verità sulla storia sovietica, CCDP, 18 novembre 2010, e A. Chiaia, La collettivizzazione dell’agricoltura in URSS: una vittoria decisiva dell’economia socialista, CCDP, all'interno di A. Catone & E. Susca (a cura di), Problemi della transizione al socialismo in URSS. Atti del convegno Napoli 21-23 novembre 2003, La Città del Sole, Napoli 2004. La maggior parte dei dati sono tratti in particolare dal pezzo di Marcello Grassi, il quale ha utilizzato come fonti bibliografiche di riferimento: S. Fitzpatrick, The cultural front. Power and revolutionary Russia, Cornell University Press, 1992; S. Fitzpatrick, Educational level and social mobility in Soviet Union 1921-1934, Cambridge University Press, 1979; J. A. Getty, Origin of great purges: the soviet communist party reconsidered 1933-1938, Cambridge University Press, 1999; J. A. Getty & R. T. Manning, Stalinist terror: new perspectives, Cambridge University Press, 1993; S. G. Wheatcroft, Toward explaining the changing levels of Stalinist repression in 1930s, mass killing, Europe-Asia studies, n° 51, pp. 113-145, 1999; S. G. Wheatcroft, Victims of Stalinism and the Soviet Secret Police. The comparability and reliability of archival data. Not the last word, Europe-Asia Studies, n° 51; pp. 515-545, 1999; R. W. Davies, M. Harrison, S. G. Wheatcroft, The economic transformation in Soviet Union 1914-1945, Cambridge University Press, 1994.