01 Novembre 2020

6.5. I GULAG: CAMPI DI RIEDUCAZIONE, NON DI STERMINIO

Rivendicazioni (parzialmente accolte) avanzate dai prigionieri politici (per lo più trockijsti) di un gulag con uno sciopero della fame. Giugno 1931:
«Ampliare la biblioteca, integrarla sia con periodici pubblicati in URSS, sia, quanto meno, con edizioni della sezione della KI [Internazionale Comunista], aggiornare sistematicamente le sezioni di economia, politica e letteratura e quelle delle opere nelle lingue delle minoranze nazionali. Sottoscrivere un abbonamento ad almeno una copia dei giornali stranieri. Permettere l'iscrizione a corsi per corrispondenza. Organizzare a tale scopo un apposito fondo culturale, come accade perfino nei penitenziari criminali […]. Permettere l'introduzione nel carcere di tutte le edizioni straniere ammesse in URSS, in particolare i giornali stranieri consentiti, non esclusi quelli borghesi […]. Consentire lo scambio di libri fra i piani e i bracci […]. Acquistare carta in quantità non inferiore a 10 quaderni al mese per persona».144
Per approfondire l'argomento dei gulag diamo spazio ad un'analisi storica rigorosa elaborata da Edoardo Corradi145:
«Parlare dei campi di rieducazione sovietica è sempre difficile. Certamente è un tema spinoso, anche a causa dell’ormai radicata cultura occidentale che paragona i lager sovietici con i campi di sterminio tedeschi. Ma questa analogia è possibile? Ritengo sia doveroso far luce su questo argomento così spinoso ma interessante. In fondo al testo troverete una piccola bibliografia che potrebbe aiutarvi ad analizzare questo fenomeno. Il testo di Solženicyn è un testo che non va assolutamente considerato come una verità assoluta. Ma prima di trattare di Solženicyn preferirei valutare, documenti alla mano, le cosiddette libertà “negate” durante la storia dell’Unione Sovietica. Tutto questo smascherando le infinite menzogne su Stalin e sul suo modo di governare definito dittatoriale. Durante il periodo in cui Stalin rimase come Segretario Generale del Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica fu redatta la terza Costituzione sovietica. Tradotta in italiano grazie alla casa editrice “Edizioni in lingue estere”, possiamo facilmente costatare come al capitolo X, precisamente dall’articolo 118 al 133, siano elencati i diritti e i doveri fondamentali del cittadino. Oltre al diritto al lavoro (art. 118), al riposo (art. 119), previdenza sociale (art. 120), istruzione gratuita (art. 121), l’articolo 125 è abbastanza esplicativo sul regime dittatoriale sovietico:
“In conformità con gli interessi dei lavoratori e allo scopo di consolidare il regime socialista, ai cittadini dell’URSS è garantita, per legge:
a) libertà di parola
b) libertà di stampa
c) libertà di riunione e di comizi
d) libertà di cortei e dimostrazioni di strada.
Questi diritti dei cittadini vengono assicurati mettendo a disposizione dei lavoratori e delle loro organizzazioni le tipografie, i depositi di carta, gli edifici pubblici, le strade, le poste, i telegrafi, i telefoni e le altre condizioni materiali necessarie per il loro esercizio”.

Tutto ciò, come in tutti i paesi, non deve andare contro il codice penale: gli articoli 58 e 59 trattano dei “delitti contro lo Stato” e dei “delitti contro l’amministrazione pubblica”; in particolare vengono esaminati i cosiddetti crimini controrivoluzionari, cioè quelle azioni volte ad abbattere lo Stato socialista o a danneggiarlo fortemente tramite atti di violenza, sia verso le persone che verso le cose. Il codice penale sovietico, non ha niente di diverso alla punizione verso chi commette il crimine di eversione in Italia, se non nella condanna alla fucilazione che però deve essere sempre contestualizzata. Il lager, erroneamente chiamato Gulag, era un campo di rieducazione dove i detenuti, oltre a scontare la pena, si rendevano utili nei confronti della popolazione che avevano tradito. Considerati inumani, vorrei solo ricordare il già citato articolo 41 bis del codice penale italiano o la triste storia di Silvia Baraldini.
Il lavoro e le cosiddette “condizioni estreme”. I regimi di lavoro erano gli stessi ai quali era sottoposta la popolazione. Il passaggio da una società arretrata, come quella pre-rivoluzionaria, a quella socialista necessitava di una fortissima industrializzazione, che i dirigenti del PCUS (Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica) attuarono con i piani quinquennali. La pjatiletka, cioè il quinquennio, era lo strumento economico ideato dal 1928 in poi. Questo regime di economia prevedeva una pianificazione dei risultati da raggiungere. Si decise, ad esempio, che la produzione di ghisa sarebbe passata da 3,5 a 10 milioni di tonnellate, che poi fu aumentata a 17 milioni nel 1930 grazie ai grandi sforzi effettuati che permisero di alzare la soglia di produzione. Inoltre fu pianificata la produzione dei trattori, fondamentali per l’agricoltura, a 175.000 macchinari e ovviamente ad altri campi dell’industria pesante. L’imponente sforzo che si doveva realizzare vide anche il contributo dei criminali internati nei campi. Un fatto normale che però, quando si parla di Unione Sovietica, diventa immediatamente inumano. Il lavoro, in Unione Sovietica, è un diritto e soprattutto un dovere del cittadino: da questo non ne sono esenti i criminali che, per scontare la loro pena, dovevano lavorare rendendo un servizio utile alla popolazione. I risultati raggiunti con il lavoro, diritto e dovere di ogni cittadino, furono strabilianti: il Belomorkanal, cioè il canale che collega il Mar Bianco con il Mar Baltico fu costruito in circa 2 anni, coprendo una distanza di 227 km. Paragonandolo con altre opere monumentali, il canale di Panama, lungo 81,1 km, fu costruito in 28 anni mentre il canale di Suez, lungo 170 km, fu costruito in una decade. I campi di lavoro vennero edificati per lo più in Siberia, notoriamente terra fredda, poiché, all’epoca, quel territorio era ancora al 90% inabitato e ricco di minerali come, ad esempio, l’oro. Il procedimento di urbanizzazione passò attraverso il lavoro dei detenuti, che scontavano la pena rendendosi utili alla società. Un’altra imponente struttura, sicuramente meritevole di menzione, fu la gigantesca diga del Dnepr. Il famoso scrittore Maksim Gor’kij, durante una sua visita nei campi di rieducazione, affermò che “i lager come le Solovki sono indispensabili” e “[In alcune delle stanze ho visto] quattro o sei letti, ciascuno ornato di oggetti personali… Ci sono fiori sui davanzali. Non si ha l’impressione che la vita sia sottoposta a regole troppo rigide. E non somiglia affatto a una prigione, anzi sembra che le stanze siano abitate da prigionieri tratti in salvo da una nave naufragata. […] Se una società europea cosiddetta colta osasse effettuare un esperimento come questa colonia, e se questo esperimento desse dei frutti come ha fatto il nostro, tale paese darebbe fiato a tutte le sue trombe per vantarsi dei propri successi”.
Alcune testimonianze sulla rieducazione. Il lavoro di rieducazione socialista è stato confermato da alcune personalità tra le quali Andrej Nikolaevič Tupolev, Sergej Pavlovič Korolёv e Alexander Gorbatov. Chi erano questi tre personaggi? Andrej Nikolaevič Tupolev fu un noto ingegnere aereonautico, fondatore della società Tupolev. Nel 1937, dopo aver svolto un intenso lavoro nell’ingegneria aereonautica, fu arrestato con l’accusa di sabotaggio, attività controrivoluzionaria e spionaggio. Per queste accuse, fu condannato a scontare, nel 1940, 15 anni di lavoro forzato. Nel 1941 fu scarcerato e fu riabilitato al servizio e tornò a lavorare come ingegnere aereonautico. Sergej Pavlovič Korolёv, di professione ingegnere, fu condannato a 10 anni nei campi di rieducazione, e dopo un solo anno fu anch’egli scarcerato. Korolёv fu uno dei tanti ricercatori che contribuì al programma spaziale sovietico, dirigendolo. Alexander Vasil’evič Gorbatov fu invece uno dei più noti generali dell’Armata Rossa.
Servì nella Prima Guerra Mondiale sotto l’esercito zarista e fu insignito dell’Ordine della Bandiera Rossa, una delle più alte onorificenze sovietiche. Condannato come “nemico del popolo”, venne riammesso nel 1941 con il precedente grado nell’Armata Rossa e fu uno dei generali d’armata a sferrare la devastante controffensiva contro i nazisti verso Berlino. Nel 1945, dopo la presa della capitale del Reich, fu nominato Comandante della città sotto la stretta supervisione del Maresciallo Žukov. La rieducazione era svolta, con maggior attenzione, anche verso i minorenni. Makarenko, noto pedagogista sovietico, trattò con grande cura del processo di rieducazione giovanile volta a inserire nuovamente i giovani nella società grazie alla cultura del lavoro, al rispetto delle regole sovietiche e all’ideale marxista-leninista. Nella comunità di Makarenko, i giovani vedono la propria giornata divisa tra lo studio e il lavoro: quattro ore vengono dedicate all’analisi dei testi marxisti-leninisti mentre le altre quattro sono improntate sul lavoro manuale. Tutto ciò basato sull’ideale collettivo, cioè l’ideale secondo cui l’individuo deve armonizzare i propri interessi e le proprie esigenze con l’interesse generale della comunità. […]
Solženicyn e i campi. Il nonno di Solženicyn [sul quale torneremo in maniera più dettagliata successivamente, ndr] fu un proprietario terriero, o, per dirla in russo, un kulaki al quale fu espropriata la terra. Questa terra fu poi ridistribuita ai contadini sotto forma di kolchoz e sovchoz lasciandone addirittura una parte in usufrutto gratuito vitalizio al contadino stesso, come si può vedere all’articolo 7 della Costituzione del 1936. Ovviamente un nostalgico zarista, che mai si può definire un marxista-leninista, non poté mai vedere di buon occhio il sistema socialista poiché questo andava contro all’anticomunismo professato da lui stesso. Ciò che fece condannare Solženicyn non fu una semplice lettera di critica, giacché Stalin fu sempre criticato in maniera costruttiva all’interno del Comitato Centrale, bensì un vero atto controrivoluzionario (per non dire eversivo) per il quale fu condannato a otto anni di reclusione. Il suo libro, Arcipelago Gulag, aumenta in modo esponenziale i numeri degli internati nei campi sovietici. Insieme allo pseudo-storico Conquest, Solženicyn asserì che gli internati si aggiravano sui 10 milioni, quando i documenti resi noti da Gorbačev parlavano di 510.317 internati di cui il 25-33% per reati politici; i deceduti furono 115.992, di cui molti per cause naturali. Sostenere inoltre che venivano denutriti e obbligati a condizioni estreme di vita è una falsità o, quantomeno, una verità a metà che però va contestualizzata e spiegata; la stessa Costituzione del 1936, all’articolo 12, tratta del lavoro:
Il lavoro è nell’URSS dovere e oggetto d’onore per ogni cittadino atto al lavoro, secondo il principio: 'Chi non lavora, non mangia'. Nell’URSS si attua il principio del socialismo: 'Da ciascuno secondo le sue capacità a ognuno secondo il suo lavoro'”.
Il fatto che molti non ricevevano le normali razioni di cibo per il naturale sostentamento era legato al fatto che non adempissero al loro compito inflitto dalla pena. L’esigere il cibo pur non lavorando, è come, attualmente, esigere lo stipendio stando comodamente seduti sul proprio divano!
Anne Applebaum ha scritto così dei campi di rieducazione, in un testo che non si può definire apologetico, e nemmeno propagandistico, ma oggettivo riguardo alcuni fatti:
“C’era bisogno di ospedali e gli amministratori li costruirono, introducendo sistemi per preparare alcuni detenuti alla professione di farmacisti e infermieri. Per sopperire alle necessità alimentari, edificarono le proprie aziende agricole collettive, depositi e un proprio sistema di distribuzione. Avendo bisogno di elettricità, costruirono industrie elettriche, e per soddisfare la domanda di materiale edilizio, costruirono fabbriche di mattoni. Necessitando di operai specializzati, addestrarono quelli che avevano. Molti degli ex Kulaki erano analfabeti o semianalfabeti, e questo provocava problemi enormi quando si dovevano affrontare progetti di una certa complessità tecnica. Perciò l’amministrazione dei campi allestì scuole di formazione tecnica, che a loro volta richiesero altri edifici e nuovi quadri: insegnanti di matematica e di fisica, come pure 'istruttori politici' per sovrintendere al loro lavoro. Negli anni Quaranta Vorkuta, una città costruita su un terreno permanentemente gelato, dove le strade dovevano essere riasfaltate e le tubature riparate ogni primavera, aveva ormai un istituto geologico e un’università, teatri, teatrini di marionette, piscine e asili”.
Sempre la Applebaum, […] ci raccontò: “Per finire, gli operai più efficienti venivano rilasciati in anticipo; per ogni tre giorni di lavoro in cui la norma veniva realizzata al 100% ogni detenuto riscattava un giorno di pena. Quando poi il canale (del Mar Bianco) fu completato in tempo, nell’agosto 1933, vennero liberati 12.484 prigionieri. Molti altri ricevettero medaglie e premi. Un detenuto festeggiò il suo rilascio anticipato con una cerimonia in cui si svolse anche la tradizionale offerta russa del pane e del sale, mentre gli astanti gridavano: 'Urrà per i costruttori del canale!'. Nella foga del momento, cominciò a baciare una sconosciuta. Finirono per trascorrere la notte insieme sulle rive del canale”.»
144. Citato in D. Losurdo, Stalin, cit., p. 145.
145. E. Corradi, I campi di rieducazione sovietica. Un altro punto di vista, Comintern.it, 5 febbraio 2014. Fonti usate dall'autore: AA.VV., Costituzione (legge fondamentale) dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1944; A. Applebaum, Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici, Cles, Mondadori, 2005; L. Berija, L. Kaganovič, M. Kalinin, A. Mikojan, V. Molotov, I. Stalin, K. Vorošilov, A. Ždanov, Storia del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1948; G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica, vol. 2, Cles, L’Unità, 1990; J. E. Davies, Missione a Mosca, Cles, Mondadori, 1946; A. Makarenko, Poema pedagogico, Roma, Edizioni Rinascita, 1955; L. Martens, Stalin da un altro punto di vista, cit.; G. Rocca, Stalin. Quel “meraviglioso georgiano”, Cles, Mondadori, 1989; I. Stalin, Questioni del leninismo, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1946, p. 609-659; R. Taddei, Il codice penale sovietico, Padova, Presbyterium, 1960.