23 Gennaio 2020

6.9. LE CONFESSIONI DI BUCHARIN

«Il processo del blocco delle destre e dei trockijsti, per la prima volta nella storia, rese pubbliche in ogni particolare le attività di una delle quinte colonne dell'Asse. L'intera tecnica del metodo impiegato dall'Asse per le conquiste segrete fu messa a nudo; la propaganda, lo spionaggio, il terrore, il tradimento nelle alte cariche, le macchinazioni dei collaborazionisti, la tattica di un'armata segreta che colpisce dall'interno, tutta la strategia della quinta colonna per mezzo della quale i nazisti minavano già la Spagna, l'Austria, la Cecoslovacchia, la Norvegia, il Belgio, la Francia e altri paesi d'Europa e d'America, furono rivelate in pieno. “I Bucharin e i Rykov, gli Jagoda e i Bulanov, i Krestinskij e i Rosengoltz”, dichiarò l'accusatore sovietico Vyšinskij nel suo discorso conclusivo dell'11 marzo 1938, “sono una sola cosa con la quinta colonna”. L'ambasciatore Joseph E. Davies, che assistette alle udienze, trovò che il processo era “impressionante” nei suoi elementi drammatici, legali, umani e politici. Scrisse alla figlia 1'8 marzo: “Tutte le debolezze e tutti i vizi fondamentali della natura umana – e nella loro luce peggiore le ambizioni personali – emergono in questo processo. Essi rivelano il profilo di una cospirazione che fu abbastanza vicina a conseguire lo sperato successo e a rovesciare questo governo”.
Alcuni degli accusati, per salvarsi, tentarono di svincolarsi dalla piena responsabilità dei loro delitti, di addossare la colpa ad altri, di atteggiarsi a uomini politici sinceri, ma traviati. Altri, senza apparente emozione o speranza di sfuggire alla sentenza, riferivano i truci particolari degli assassini “politici” commessi, e le operazioni di spionaggio e di sabotaggio compiute sotto la direzione dei servizi segreti militari tedeschi e giapponesi».168
Rifacendoci sempre alla fonte di Martens usata finora a questo punto rimane da analizzare il capitolo Bucharin. L'americano Stephen Cohen, non certo uno staliniano né tantomeno un comunista, ha scritto una biografia su Bucharin in cui sostiene che egli aderì alla dirigenza di Stalin per combatterla meglio:
«Per Bucharin era evidente che il Partito e il paese entravano in un nuovo periodo di incertezza, ma anche in un periodo di possibilità di cambiamento nella politica interna ed estera sovietica. Per partecipare a questi avvenimenti e per influenzarli, anche lui doveva aderire alla parvenza di unità e di consenso incondizionato alla direzione esercitata da Stalin nel passato, parvenza dietro la quale si sarebbe condotta la lotta segreta per l'orientamento futuro del paese».
Tra il 1934 e il 1936 Bucharin continuò a sviluppare liberamente una propaganda con cui affermava la necessità di porre un freno alle politiche di collettivizzazione delle campagne, poiché di fronte alla guerra imminente con la Germania nazista l'unica soluzione era introdurre «riforme democratiche» e offrire una «vita agiata» alle masse. Questo mentre l'URSS intensificava lo sforzo per migliorare la propria industria pesante, pilastro strategico per condurre una guerra moderna e il cui sviluppo era reso possibile proprio dalle politiche di collettivizzazione. Tra il 1935-36 ci sono prove di incontri e dialoghi politici tra Bucharin ed esponenti menscevichi (svoltisi a Parigi dove era stato mandato dal Partito per acquistare dei manoscritti di Marx ed Engels) e soprattutto ad ambienti militari dissidenti in patria: «Il 28 luglio 1936 ebbe luogo un convegno clandestino dell'organizzazione anticomunista alla quale apparteneva il colonnello Tokaev». I cospiratori militari si dissero vicini alle posizioni politiche sostenute da Bucharin, che prevedevano anche la possibilità di inserire nella Costituzione che si stava approvando dell'esistenza di un Partito dell'opposizione. Nel 1938, prima dell'arresto di Bucharin, Tokaev e il suo gruppo militare avevano in mente questa strategia. Quando Radek, in carcere, aveva fatto delle confessioni, il “compagno X”, nome di battaglia del capo dell'organizzazione di Tokaev, riuscì a leggerne il verbale. Tokaev scrive:
«Radek ha rivelato le “prove” più importanti sulla base delle quali Bucharin è stato giudicato e fucilato. Noi venimmo a conoscenza del tradimento di Radek due settimane prima dell'arresto di Bucharin, il 16 ottobre 1936, e cercammo di salvare quest'ultimo. Gli facemmo un'offerta precisa e senza ambiguità: “Dopo ciò che Radek ha spifferato contro di te per iscritto, Ezov e Vysinskij ti faranno presto arrestare per preparare ancora un altro processo politico. Ti suggeriamo di 'sparire' senza indugi. Ecco ciò che noi proponiamo...” Non c'erano condizioni politiche in questa offerta. Veniva fatta […] perché sarebbe stato un colpo mortale se la NKVD avesse trasformato Bucharin, di fronte ai tribunali, in un altro Kamenev, Zinov'ev o Radek. L'idea stessa di un'opposizione sarebbe stata screditata in tutta l'URSS. Bucharin espresse la sua gratitudine per l'offerta, la declinò».
Martens:
«Prima dell'arresto di Bucharin, i cospiratori militari pensavano dunque di utilizzarlo come loro bandiera. Nello stesso tempo, capirono il pericolo di un processo pubblico contro Bucharin. Kamenev, Zinov'ev e Radek avevano confessato la loro attività cospirativa, avevano “tradito” la causa dell'opposizione. Se Bucharin avesse dovuto riconoscere di fronte al tribunale che era stato implicato nel complotto per abbattere il regime, sarebbe stato inferto un colpo fatale a tutta l'opposizione anticomunista. Tale fu il senso del processo a Bucharin, come compresero all'epoca i peggiori nemici del bolscevismo, infiltrati nel Partito e nell'esercito».
Tokaev: «Se Bucharin non fosse stato all'altezza e non fosse riuscito a provare che le accuse erano false, sarebbe stata una tragedia».
Nel corso del processo definitivo contro Bucharin, quello del febbraio 1938, egli fece delle confessioni e, al momento del confronto con altri accusati, precisò alcuni aspetti della congiura. Una confessione pilotata? Oltre alla «sensazione generale dei diplomatici che hanno assistito al processo che l'accusa abbia provato l'esistenza di un complotto abbastanza grave» (parole dell'ambasciatore statunitense Davies, mandate in un messaggio confidenziale al segretario di Stato a Washington) occorre segnalare, con Martens, che
«nel corso del suo processo, durato decine di ore, Bucharin si dimostrò perfettamente lucido e presente, discutendo, contestando, facendo dello spirito, negando con veemenza certe accuse. Per quelli che presenziarono al processo e per noi che possiamo oggi leggerne gli atti, la teoria di una “commedia montata”, largamente propagandata dagli anticomunisti, non sta in piedi. Tokaev sosteneva che la polizia non aveva torturato Bucharin per paura che “gridasse la verità di fronte a tutti in tribunale”. Tokaev riferì le repliche sferzanti di Bucharin al procuratore e i suoi dinieghi coraggiosi, poi concluse: “Bucharin ha dimostrato un coraggio sublime”, “Vysinskij aveva perso. Era stato un errore grandissimo portare Bucharin in un pubblico tribunale”.»
«Quanto a me, io dirò che nel carcere in cui sono rimasto quasi un anno, ho lavorato, mi sono occupato, ho conservato la lucidità mentale. Si parla di ipnosi. Ma, in questo processo, ho assunto la mia difesa legale, mi sono orientato sul campo, ho polemizzato con il procuratore. E chiunque, anche senza molte conoscenze nei diversi rami della medicina, sarà obbligato a riconoscere che non ci sarebbe potuta essere dell'ipnosi. […] Ora voglio parlare di me stesso, delle cause che mi hanno portato al pentimento. Certo, bisogna dire che le prove della mia colpevolezza hanno anch'esse un ruolo molto importante. Per tre mesi mi sono rinchiuso nei miei dinieghi. Poi mi sono impegnato sulla strada delle confessioni. Perché? La causa è che, in carcere, ho rivisto tutto il mio passato. Poiché, quando ci si domanda: se muori, in nome di che cosa morirai? È allora che appare improvvisamente con una chiarezza sorprendente un abisso assolutamente nero.
Non c'era nulla nel cui nome si dovesse morire, se avessi voluto morire senza confessare i miei torti. E, al contrario, tutti i fatti positivi che risplendono nell'Unione Sovietica assumono delle proporzioni diverse nella coscienza dell'uomo. Ed è questo che mi ha, in fin dei conti, disarmato definitivamente, ciò che mi ha obbligato a piegarmi davanti al Partito e davanti al paese. […] Certo non si tratta che di pentimento, niente più che del mio personale pentimento. La Corte può, anche senza questo, emettere il suo verdetto. Le confessioni degli accusati non sono obbligatorie. La confessione degli accusati è un principio giuridico medievale. Ma c'è in ciò una sconfitta interiore delle forze della controrivoluzione. E bisogna essere Trockij per non arrendersi. Il mio dovere è di fare vedere qui che, nel parallelogramma delle forze che hanno formato la tattica controrivoluzionaria, Trockij è stato il principale motore del movimento. E le posizioni violente – il terrorismo, lo spionaggio, lo smembramento dell'URSS, il sabotaggio – provenivano in primo luogo da quella fonte. A priori posso presumere che Trockij e i miei altri alleati in questi crimini, così come la II Internazionale […] cercheranno di difenderci, me soprattutto. Mi rammarico di questa difesa, perché resto in ginocchio di fronte al paese, davanti al Partito, davanti al popolo tutto intero».
Che cosa confessò Bucharin?
Confessò che nel 1918, dopo la pace di Brest-Litovsk, c'era stato un piano per arrestare Lenin, Stalin e Sverdlov, e per formare un nuovo governo composto da «comunisti di sinistra» e da socialisti rivoluzionari. Ma negò decisamente che ci fosse anche un piano per giustiziare i dirigenti arrestati.
Confessò che la piattaforma di Rjutin del 1931 era stata approvata in una conferenza di «giovani buchariniani» su iniziativa di Slepkov con il suo stesso consenso, senza però esporsi pubblicamente: «mi sono dichiarato completamente d'accordo con questa piattaforma e ne condivido la responsabilità».
Confessò che la tappa successiva nello sviluppo dell'organizzazione della destra, comprendente la tattica del rovesciamento del potere dei Soviet mediante la violenza, iniziò nell'autunno del 1932, e che tale idea fu proposta da Tomskij, che era legato a Enukidze, che allora controllava saldamente la guardia del Cremlino. Fu allora che si realizzò il blocco politico con Kamenev e Zinov'ev e ebbero luogo incontri con Syrcov e Lominadze. Sempre in quell'anno Pjatakov gli riferì del suo incontro con Sedov e della direttiva di Trockij che riguardava il terrorismo, valutando, lui e Pjatakov, «che quelle idee non erano le nostre, ma convenimmo che comunque avremmo saputo trovare molto presto una lingua comune e che le divergenze che riguardavano la lotta contro il potere dei Soviet si sarebbero appianate». Sempre di questo periodo era la creazione del gruppo di cospiratori nell'Armata Rossa, come gli riferì Tomskij, informato a sua volta da Enukidze: «mi avevano informato che, nella dirigenza dell'Armata Rossa, era stata fatta l'unità tra gli elementi di destra, gli zinov'evisti, e i trockijsti, e mi aveva fatto i nomi di Tuchačevskij, Kork, Primakov e Putna. Il collegamento con il centro della destra si realizzava quindi sul seguente asse: il gruppo militare, Enukidze, Tomskij e gli altri».
Confessò di essere rimasto ai vertici del Partito, nonostante le sue idee fossero state ripetutamente sconfitte, sperando con intrighi e manovre dietro le quinte di poter un giorno rovesciare la Direzione e far prevalere il suo punto di vista. Infatti «tra il 1933 e il 1934, la classe dei Kulaki fu battuta, il movimento insurrezionale non apparteneva più al campo delle possibilità. Seguì dunque un periodo durante il quale l'idea centrale dell'organizzazione di destra fu quella di orientarsi verso un complotto, verso un colpo di Stato controrivoluzionario».
Confessò che tra le forze del complotto ci fosse anche Jagoda, che l'organizzazione era radicata nel Cremlino e nel Commissariato del Popolo per gli Affari Interni. Tra gli “arruolati” nel complotto c'era stato anche «il vecchio comandante del Cremlino, Peterson, a proposito del quale va detto che a suo tempo era stato il comandante del treno di Trockij».
Confessò che si discusse molto sulla possibilità di organizzare il golpe durante il Congresso del PCUS del 1934, ma che alla fine si rinunciò per considerazioni di tattica per le possibili conseguenze negative tra le masse.
Confessò le attività criminali dei suoi alleati: omicidi, insurrezioni, spionaggio, collusione con potenze straniere, ma Bucharin negò recisamente di aver organizzato lui stesso degli omicidi o dello spionaggio. Tuttavia fu costretto ad ammettere che all'interno del blocco che dirigeva, certe persone avevano stabilito dei legami con la Germania nazista. Su questo punto Bucharin fece esplicitamente i nomi di Trockij e di Tomskij; rispetto a quest'ultimo Bucharin aveva espresso la sua contrarietà di fronte a tale manovra spregiudicata. Inoltre:
«Nell'estate del 1934, Radek mi disse che erano pervenute delle direttive di Trockij, che Trockij era in trattativa con i Tedeschi e che aveva già promesso loro alcune concessioni territoriali, tra le altre, l'Ucraina. […] Bisogna dire che, in questo periodo, io facevo delle obiezioni a Radek. Egli l'ha confermato durante il nostro confronto; consideravo che fosse indispensabile che lui, Radek, scrivesse a Trockij per dirgli che andava un po' troppo oltre nei suoi negoziati e che rischiava non solo di compromettere se stesso, ma di compromettere tutti gli alleati e più in particolare noi, cospiratori di destra, ciò che avrebbe reso la nostra sconfitta inevitabile. Ritenevo che, dato il patriottismo delle masse, questa tendenza di Trockij non fosse razionale dal punto di vista politico e tattico».
Rifiutò di essere definito come una spia, ma confessò di essere piuttosto l'ideologo di un colpo di Stato controrivoluzionario.169
168. M. Sayers & A. E. Kahn, La grande congiura, cit., cap. 20, paragrafo 4 - Finale.
169. L. Martens, Stalin, cit., pp. 169-216.