27 Gennaio 2023

31. MAURICE DOBB, UN ECONOMISTA MARXISTA

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«Gran parte dell'opposizione al capitalismo ha le sue radici nell'avversione per l'ineguaglianza, e in particolare per quel tipo di ineguaglianza che deriva dalla proprietà privata dei mezzi economici, la quale conferisce ad alcuni uomini il potere su altri uomini e consente lo sfruttamento di classe. Ma tale ineguaglianza non può essere eliminata senza un trasferimento, in una qualche forma, della proprietà dei mezzi economici dalle mani della classe proprietaria esistente nelle mani della società. Se non si comprende questo, e se non si pone al centro la questione della proprietà dei mezzi di produzione, il socialismo (e il movimento socialista) è destinato a scontrarsi con i sintomi esteriori della malattia, trascurandone le cause profonde; ad occuparsi cioè esclusivamente dell'istituzione di tasse e sussidi per la ridistribuzione dei redditi, del livellamento dei consumi sociali, della promozione di migliori rapporti tra gli uomini e così via, tutte cose giuste e desiderabili, ma che da sole non possono risolvere il problema fondamentale, tanto che una eccessiva concentrazione su di esse si può risolvere in un fatto sviante. È necessario dunque ribadire la definizione tradizionale secondo la quale il socialismo consiste nella proprietà sociale dei mezzi di produzione fondamentali. La realizzazione di tale proprietà sociale naturalmente comporta l'espropriazione dei proprietari esistenti». (da Le ragioni del socialismo, 1966)
Maurice Herbert Dobb (Londra, 24 luglio 1900 – 17 agosto 1976) è stato un importante economista marxista inglese. Nello scritto Le ragioni del socialismo spiega, in modo semplice ed accurato, la necessità storica e morale del superamento del capitalismo e di ogni forma di economia “mista”, per arrivare al socialismo.
In questo passo, dopo aver criticato il progresso tecnico in un'economia capitalista – in quanto utilizzato per creare disoccupazione e diminuire i salari – espone gli effetti dell'automazione e del progresso tecnico nella società socialista:
«Naturalmente in una società razionale che pianifica il proprio futuro non esisterebbero né dilemmi né conflitti. L'atteggiamento da prendere rispetto ad una rivoluzione tecnica sarebbe più che ovvio. Tutto quello che dispensa l'uomo dal lavoro e dalla fatica, consentendo allo stesso tempo una maggiore produzione, sarebbe chiaramente salutato come un'enorme benedizione per l'umanità. Le ore di lavoro verrebbero ridotte e verrebbero aumentati i giorni festivi. Se ad esempio il numero dei lavori necessari venisse dimezzato, la gente potrebbe lavorare alternativamente una settimana sì e una no, un mese sì e uno no, o un anno sì e uno no, e dedicare il tempo libero ad attività creative o culturali, continuando a percepire uno stipendio o una parte della ricchezza sociale. Aumentando la produttività, potrebbero essere diminuiti i prezzi o aumentati i salari monetari (in quanto l'aumento della domanda non avrebbe altro limite che quello del soddisfacimento dei bisogni umani). Una simile situazione sarebbe il preludio alla realizzazione dell'Utopia, e non alla catastrofe dell'umanità. Essa appare come una catastrofe nell'attuale società capitalista, in quanto nel capitalismo la produzione è gestita dal Capitale e per il Capitale con lo scopo di allargare il tributo sociale che viene riscosso sulla base dei diritti di proprietà, e in quanto il Lavoro è soltanto una merce il cui prezzo dipende dalle oscillazioni del mercato. […] Giacché la transizione a quella che Marx definiva “la fase superiore del socialismo” (o comunismo) è associata storicamente all'età dell'abbondanza, si può senz'altro dire che la moderna rivoluzione tecnologica pone tale transizione all'ordine del giorno, facendone un fatto possibile e necessario».
Nell'impossibilità di entrare nel merito degli importantissimi studi fatti da Dobb sia per l'economia che per il marxismo, riportiamo un commento di Aristide Bellacicco66:
«Sono passati più di settant’anni da quando l’economista marxista Maurice Dobb pubblicò il suo Economia politica e capitalismo. Il libro uscì in edizione inglese nel 1937 […]: Dobb aveva sotto gli occhi, come fenomeni di prima grandezza, da un lato il tumultuoso processo di industrializzazione dell’Unione Sovietica e, dall’altro, l’affermarsi dei regimi fascisti in Italia e in Spagna e del nazismo in Germania. Queste drammatiche circostanze storiche si riflettono in modo evidente nel particolare carattere del libro che, oltre a rappresentare un contributo di pensiero ancora utile e prezioso, rivela un atteggiamento di fondo di cui oggi si avverte, e in modo assai acuto, la mancanza: mi riferisco al fatto che Dobb, come uomo di scienza, non solo analizza e spiega ma si schiera. E si schiera – dalla parte del socialismo e della classe operaia - proprio perché è un uomo di scienza. Solo una breve citazione dalla chiusa dell’ultimo capitolo per chiarire meglio questa affermazione:
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Quando l’interesse ostacola la ragione - scrive Dobb - parlare il linguaggio della ragione è inutile, salvo che ciò non significhi predicare l’abbandono dell’interesse […] Per infondere la vita nello scheletro delle nozioni astratte, [l’economista] deve non solo uscire dal suo chiostro per camminare sulle piazze di mercato del mondo, ma prender parte alle loro battaglie […] E ciò non significa alienare la propria primogenitura, bensì camminare nelle migliori tradizioni dell’economia politica. Ad ogni modo, se egli non si decide a far questo, il mondo, e il suo chiostro con esso, può cominciare ben presto a sconvolgersi intorno a lui”. Dunque, il mondo e il chiostro: una metafora che rovescia l’aforisma cristiano che prescrive di “essere nel mondo ma non del mondo” per affermare non solo il dovere morale, ma la necessità storica, che lo scienziato e l’intellettuale siano non solo nel mondo, bensì del mondo. Nello sconfortante paesaggio in cui siamo immersi, fatto di chiacchiere, opportunismo e completa sottomissione al pensiero unico del capitale, le parole di Dobb suscitano, in ogni coscienza vigile e non subalterna, un senso di rabbia e di rivolta. Siamo fin troppo abituati ai numeri da avanspettacolo di “economisti” di varia tendenza che si affacciano dai teleschermi per somministrarci lezioncine e proporre ricette “per uscire dalla crisi” che fanno venire in mente il delirio di un medico che si proponesse di curare il cancro con l’aspirina. E tutti con l’aria di dire: “noi non c’entriamo per nulla, sono le leggi dell’economia”. Raccontano bugie sapendo di raccontarle: e i più “a sinistra” fra loro sono i più colpevoli, perché non hanno, in molti casi, nemmeno la ridicola scusa di non aver letto Marx e quindi di ignorare che nelle cosiddette “leggi” dell’economia non c’è proprio nulla di naturale».
66. A. Bellacicco, In margine a un vecchio libro di Maurice Dobb, Ilcomunista23.blogspot.it, 10 giugno 2013.

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