27 Settembre 2022

01. MAJAKOVSKIJ, IL POETA DELL'OTTOBRE ROSSO

«Aderire o non aderire? La questione non si pone per me […]. È la mia rivoluzione».

Vladímir Vladímirovič Majakovskij (Bagdati, 7 luglio 1893 – Mosca, 14 aprile 1930) è stato un poeta, scrittore, drammaturgo, regista teatrale, attore, artista e giornalista sovietico, cantore della rivoluzione d'Ottobre e maggior interprete del nuovo corso intrapreso dalla cultura sovietica di cui è stato uno dei più grandi intellettuali organici. Stalin lo ha definito il poeta più grande e geniale del suo tempo. Studia al ginnasio fino al 1908, quando si dedica all'attività rivoluzionaria. Aderisce al Partito Operaio Socialdemocratico Russo e viene per tre volte arrestato e poi rilasciato dalla polizia zarista. Il poeta racconta del terzo arresto nel saggio autobiografico Ja sam (Io da solo), pubblicato nel 1922. Ben presto mette la sua arte, così ricca di pathos, al servizio della rivoluzione bolscevica, sostenendo la necessità di una propaganda che attraverso la poesia divenga espressione immediata della rivoluzione in atto, capovolgendo i valori sentimentali ed ideologici del passato. Aderisce al cubofuturismo russo, firmando nel 1912 insieme ad altri artisti (Burljuk, Kamenskij, Kručenyč, Chlebnikov) il manifesto Schiaffo al gusto del pubblico, dove viene dichiarato «il più completo distacco dalle formule poetiche del passato, la volontà di una rivoluzione lessicale e sintattica, l'assoluta libertà nell'uso dei caratteri tipografici, formati, carte da stampa, impaginazioni». Fin dagli esordi della nuova avanguardia futurista, si batte contro il «vecchiume», ovvero l'arte e la letteratura del passato, proponendo testi letterari concepiti con un forte senso finalistico: la poesia non ha senso per lui senza una finalità precisa ed un pubblico definito. Sentiamo cosa scrive di lui Aleksej Zopak3:
«La Rivoluzione d'Ottobre ebbe su di lui un'influenza decisiva e proprio nel 1917 compose uno slogan memorabile, mai dimenticato: “Mangia ananas e galletto amburghese! Il tuo ultimo giorno è arrivato, borghese!” Fin dall'inizio si schierò senza esitazione per il Potere sovietico. Alla sua penna appartengono innumerevoli poesie, poemi, commedie, articoli e scritti relativi ai primi due decenni della storia dell'URSS. Fu inoltre autore delle famose vignette politico-satiriche della ROSTA (Agenzia Telegrafica Russa). Intervenne frequentemente in assemblee operaie, di soldati dell'Armata Rossa, di giovani. Ha lasciato diari in prosa e in versi dei suoi viaggi all'estero, durante i quali mai nascose il suo favore per l'ordinamento socialista, per le idee e la morale del socialismo, per il patriottismo sovietico e l'internazionalismo proletario. Questa sua posizione ora viene sottaciuta dalla propaganda borghese e dai critici al suo servizio, che tendono a mettere in evidenza soltanto la sua maestria poetica, le sue invenzioni fonetiche, la sua attrazione per il futurismo e fanno persino balenare la ipotesi fantasiosa di una sua delusione nei confronti del Potere sovietico. In realtà Majakovskij dedicò un gran numero di poesie alla figura di Lenin, alla Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre, alla guerra civile ed alla edificazione socialista. Si pensi soltanto ai poemi Vladimir Ilic Lenin e Bene!, alle poesie Conversazione con il compagno Lenin, Marcia di sinistra, Canto decennale, dedicata al decimo anniversario dell'Armata Rossa. A Lenin dedicò anche Lenin con noi!, Non ci crediamo! (sulla sua malattia), Leniniani e Komsomolskaja. Majakovskij rivolse la propria attenzione anche all'eroismo sul lavoro di quanti, nonostante tutte le difficoltà, costruirono i giganti della economia sovietica (Racconto di Chrenov sul cantiere di Kuznezk e sugli uomini di Kuznezk), fecero crescere l'agricoltura e la misero sui binari socialisti (La marcia del raccolto, La marcia dei venticinquemila), sacrificarono la loro vita nello scontro con il nemico di classe (Vorovskij, La ballata dei 26, Compagno Nette, piroscafo e uomo). Scrisse anche versi sui vantaggi che il Potere sovietico recò ai lavoratori (Racconto del metallurgico Ivan Kozyrev sul trasferimento nella nuova casa).
Ma Vladimir Majakovskij non tralasciò neppure di denunciare con vigore tutto ciò che ostacolava la dinamica del socialismo, né di condannare il sabotaggio del nemico di classe (Il volto del nemico di classe, I sabotatori). Coi suoi versi esortò alla vigilanza contro gli avversari del Potere dei soviet (Sii vigile, I soldati di Dzeržinskij), denunciò l'infamia di quei propagandisti borghesi ed emigranti bianchi che specularono compiaciuti sulla carestia del 1921 (Canaglie), sferzò i filistei, i burocrati, gli adulatori, i conformisti (Sulla feccia, Leccapiedi, La cimice, Il bagno). Incitò a battersi contro tutte le incrostazioni burocratiche (I riunionisti), a sviluppare la concretezza, la critica e l'autocritica bolscevica (Il pilastro, Avanti nell'autocritica!). Si rivolse direttamente ai giovani e giovanissimi lettori delle sue poesie invitandoli a dimostrarsi degni sostituti delle prime leve di combattenti per il socialismo (Komsomolskaja, Alla nostra gioventù, Canto-saetta), a prepararsi al lavoro (Chi essere), alla difesa del proprio paese (Imbracciare i fucili nuovi, Marcia-difesa). Si appellò ai soldati ed ai marinai perché fossero sempre pronti a rafforzare le difese del paese (Alla catena, Il komsomol sottomarino, Il proletario volante). Nei suoi diari di viaggio mise in evidenza la falsità della democrazia borghese (Come funziona la repubblica democratica...), descrisse il destino dei lavoratori nei paesi capitalistici (Il ponte di Brooklyn, Black and white), si vantò di essere cittadino dell'Unione Sovietica (Versi sul passaporto sovietico, Noi, Broadway), difese l'internazionalismo proletario (Il miglior verso, Ad Occidente tutto tranquillo, Messico). Majakovskij fu sempre per il mantenimento delle posizioni di classe nell'impegno letterario ed artistico (Ordine n° 2 dell'Armata delle Arti, Signori artisti del popolo), per la collocazione del poeta dentro lo schieramento operaio (Conversazione con l'ispettore di finanza sulla poesia, A piena voce, Lettera dello scrittore V. V. Majakovskij allo scrittore M. M. Gorkij)».
Majakovskij decide di interrompere violentemente la sua esistenza, con un colpo di pistola al cuore, il 14 aprile del 1930. La propaganda borghese ha cercato di strumentalizzare l'episodio sostenendo che fosse deluso o in rottura con l'URSS. Qualche scribacchino al soldo dell'imperialismo ha perfino sostenuto che la fine sia stata in realtà un assassinio voluto dallo stesso Stalin e dalla polizia politica NKVD.
Tante sono le menzogne spudorate che riesce ad affermare la borghesia per cercare di screditare i più grandi eroi proletari che hanno dedicato la vita alla Rivoluzione. La tragedia si spiega in realtà con ragioni sentimentali: la difficoltà di realizzare il proprio amore per la donna amata, come spiega lo stesso autore nella sua lettera d'addio:
«A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle e Veronika Vitol'dovna Polonskaja. Se farai in modo che abbiano un'esistenza decorosa, ti ringrazio. […] Come si dice, l'incidente è chiuso. La barca dell'amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici».
3. A. Zopak, V. Majakovskij, poeta della rivoluzione proletaria, Siarivoluzione.altervista.org, 31 luglio 2013; per il resto del testo: Wikipedia, Vladimir Vladimirovič Majakovskij.

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