13 Aprile 2024

34. L'INTELLETTUALE MILITANTE GYÖRGY LUKÁCS, GIGANTE DEL MARXISMO

«Il suo sentimento di odio verso la borghesia e il capitalismo erano profondi, quasi violenti. Su questa posizione non cambiò mai». (Miklós Vásárhelyi, ricordando Lukács)

«Lenin dava grande spazio alle discussioni. Ma sapeva che intorno a una data questione concreta può esistere soltanto una verità, mentre quello che oggi sostengono i cosiddetti riformisti, in base a una concezione pluralistica, è chiaramente una cosa ridicola, confonde due cose completamente diverse. Il fatto che possa esistere una situazione per cui ci vogliono ricerche e discussioni magari di vent'anni perchè venga alla luce la verità, non significa assolutamente che la verità possa essere doppia o tripla: di verità, ne esiste soltanto una». (da Su Lenin e il contenuto attuale del concetto di rivoluzione, 1969)
György Lukács (Budapest, 13 aprile 1885 – Budapest, 4 giugno 1971) è stato un filosofo e critico letterario ungherese. L'enciclopedia Treccani76 lo ricorda giustamente come «uno dei principali esponenti del marxismo del Novecento». Nel 1971 Giuseppe Vacca77 scrive di lui:
«Lukács è assurto, dopo la seconda guerra mondiale, al ruolo di nodale punto di riferimento nella vicenda teorica del marxismo e quindi nella formazione ideologica di nuove leve di militanti e dirigenti politici di ogni livello». Per Costanzo Preve78 «Lukács è stato un politico intelligente e coraggioso, un critico letterario di prima grandezza, ed infine uno storico della filosofia stimolante e provocatorio. […] A mio avviso, e lo dico subito, Lukács è stato il più grande filosofo marxista del Novecento». Leggiamone una breve presentazione:
«Proveniva da una famiglia della piccola nobiltà ungherese e fece i suoi primi studi nella città natale, completandoli poi all'Università di Berlino. Nel 1908 diede vita con S. Hevesi e L. Banoczy a un teatro libero e nel 1912 fu premiato per lo scritto Storia dello sviluppo del dramma moderno. Negli anni precedenti la I guerra mondiale visse quasi sempre in Germania: nel 1912 si stabilì a Heidelberg, dove seguì le lezioni di H. Rickert e strinse amicizia con Max Weber e F. Gundolf. Frutto degli studi di questi anni furono la raccolta di saggi L'anima e le forme (1911) e La teoria del romanzo (1915), lavori giovanili che risentono di un hegelismo risolto in chiave “tragica”. Ma lo scoppio della I guerra mondiale e quello della Rivoluzione russa provocarono in Lukács una crisi spirituale e politica: nel 1918 entrò nel Partito Comunista d'Ungheria e nel 1919 partecipò al governo della Repubblica ungherese dei consigli, alla cui caduta, condannato a morte dal dittatore Horthy, si rifugiò a Vienna e quindi a Berlino, dove pubblicò Storia e coscienza di classe (1923), testo capostipite del “marxismo occidentale” per la caratteristica interpretazione della dialettica come contraddizione soggetto-oggetto e della storia come lotta contro l'alienazione, per la realizzazione dell'essenza umana e per il rifiuto dell'ontologia materialista e della dialettica della natura».
Renato Caputo ha scritto riguardo a Storia e coscienza di classe79:
«La critica all’oggettività delle scienze sociali e alla dialettica della natura contrapponeva il marxismo del giovane Lukács alla concezione del marxismo dominante nella III Internazionale. La sua teoria è stata, dunque, criticata tanto da Kautsky, quanto dal dirigente della III Internazionale, Zinov’ev, per aver sopravvalutato la spontaneità rivoluzionaria del proletariato a discapito della necessità dell’organizzazione e dell’avanguardia strutturata in partito. In seguito lo stesso Lukács, che nel frattempo aveva abbandonato le precedenti posizioni luxemburghiane maturando posizioni leniniste, farà autocritica rispetto ad alcune delle tesi di Storia e coscienza di classe. In particolare nella prefazione alla riedizione […] del 1967, Lukács sosterrà di aver sovrapposto in modo troppo immediato i concetti idealisti hegeliani a quelli marxisti, perdendo di vista il contributo decisivo dato da Marx per concretizzare, storicizzandolo, l’astratto apparato concettuale hegeliano».
Nello specifico Lukács si autocritica per «l'utopismo» e «il settarismo messianico» presente in quell'opera, in cui peraltro, fa notare Losurdo, manca totalmente la questione coloniale e nazionale così importante in quel periodo, anche se non tarderà a comparire con la dovuta attenzione nelle opere successive.80 Secondo Ugo Dotti, che scrive recensendo un lavoro dello storico della filosofia Guido Oldrini81,centrale sarebbe, «nella vita e nella storia intellettuale del filosofo ungherese, la svolta degli anni Trenta, quando a Mosca egli approdò a un marxismo consapevole e maturo e al confronto con quei classici della filosofia che gli fornirono gli strumenti per un’interpretazione del mondo da allora non più abbandonata». Insomma «mentre il minuzioso esame condotto dall’Oldrini sull’opera del filosofo ungherese mostra come quest’ultimo, senza pronunciare abiure, abbia saputo modificare e correggere certe sue precedenti posizioni, richiama dall’altro la perenne attualità, pur nel doveroso adattamento alle circostanze formalmente nuove e imprevedibili, di un marxismo critico e non dogmatico. In altre parole: veramente dialettico». Riprendiamo la presentazione dell'autore:
«Nel 1930-31 collaborò con l'Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca; nel 1932-33 fu a Berlino a lottare con gli intellettuali antifascisti contro la minaccia nazista. Superato l'estremismo idealista, Lukács aderì alla strategia dei fronti popolari e lavorò (a Mosca dal 1933 e a Budapest dal dopoguerra) per il trionfo del razionalismo e dell'umanesimo socialista, con una produzione culminata in Il giovane Hegel (1948), Esistenzialismo o marxismo? (1948) e La distruzione della ragione (1954), vasta e originale denuncia dell'involuzione reazionaria della filosofia borghese dal 1848 a oggi. Dopo l'episodio della partecipazione al governo Nagy nel 1956, fu deportato in Romania e rientrò in patria l'anno dopo [e verrà riammesso nel Partito Comunista nel 1967, ndr]. Lukács attese fra l'altro a una Ontologia dell'essere sociale, incompiuta (1976, postuma), i cui motivi sono anticipati in Conversazioni con Lukács (1967), che reca il segno di una caduta nel determinismo meccanicistico, mal corretto da un generico appello all'impegno etico individuale[4]. La monumentale Estetica (1963) raccoglie e sviluppa principi espressi in molti importanti saggi di critica letteraria, pubblicati in un arco di vari decenni, e si fonda sull'attribuzione all'arte, in quanto “rispecchiamento estetico”, di una funzione eminentemente conoscitiva. Il realismo (Saggi sul realismo, 1946), non è per Lukács un modo possibile di fare arte, ma il presupposto necessario per la validità di ogni opera: da ciò il ripudio sia dell'avanguardia sia del “romanticismo rivoluzionario” della poetica sovietica. Tra le altre opere: Il marxismo e la critica letteraria (1948), Breve storia della letteratura tedesca dal Settecento a oggi (1953,), Prolegomeni a un'estetica marxista (1957)».83
76. Enciclopedia Treccani, Lukács, György, Treccani.it.
77. G. Vacca, Il politico e l'ideologo, Il Contemporaneo-Rinascita-Györgylukács.wordpress.com, 30 luglio 1971.
78. Questa come le successive citazioni di Preve su Lukács sono tratte da C. Preve, Il testamento di Lukács, Kelebekler.com.
79. R. Caputo, Per Lukács, La Città Futura, 13/23 agosto 2015.
80. D. Losurdo, Il marxismo occidentale, cit., p. 23, 100-101.
81. U. Dotti, György Lukács: un gigante del marxismo, Marx21 (web), 21 agosto 2010, recensione de G. Oldrini, György Lukács e i problemi del marxismo del Novecento, La Città del Sole, Napoli 2009.
82. Un giudizio questo, troppo sommario e che deve essere preso con molta cautela.
83 Tutti i testi più importanti di Lukács sono liberamente scaricabili su Györgylukács.wordpress.com.

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