07 Febbraio 2023

30. LA VITA RIVOLUZIONARIA DEL FILOSOFO JEAN-PAUL SARTRE

«Un anticomunista è un cane, su questo sono irremovibile e lo sarò sempre».
(da Les temps modernes, numero speciale, ottobre 1961)
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«Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire».
(da Il diavolo e il buon Dio, 1951)

«Lungi dall'essere esaurito, il marxismo è ancora giovanissimo, quasi nell'infanzia: ha appena cominciato a svilupparsi. Esso rimane dunque la filosofia del nostro tempo: è insuperabile perché le circostanze che l'hanno generato non sono ancora superate».
(da Questioni di metodo, in Critique de la raison dialetique, 1960)

«Il socialismo in un solo paese, o stalinismo, non costituisce una deviazione del socialismo: è la svolta che gli è imposta dalle circostanze; […] circostanze esterne alla socializzazione che la obbligano (l'URSS) continuamente a transigere sui suoi principi. […] Per conservare la speranza, […] occorre riconoscere, attraverso gli errori, le mostruosità e i crimini, gli evidenti privilegi del campo socialista e condannare, con tanta maggior energia, la politica che mette in pericolo questi privilegi».
(da Il fantasma di Stalin, 1964)

Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre[1] (Parigi, 21 giugno 1905 – Parigi, 15 aprile 1980) è stato un filosofo, scrittore, drammaturgo, critico letterario e attivista francese, considerato uno dei più importanti rappresentanti dell'esistenzialismo, che nella sua opera assume la forma di un umanismo ateo in cui ogni individuo è radicalmente libero e responsabile delle proprie scelte, ma in una prospettiva soggettivista e relativista. Nel passare degli anni Sartre aderisce all'ideologia marxista e conseguentemente al materialismo storico. Secondo Bernard-Henri Lévy, il teatro di Sartre, seppur passando forse in secondo piano di fronte all'impatto di quello di Beckett e Genet, colpisce ancora per la forza politica e didattica dei testi, che contengono inquietanti profezie sulla crisi della civiltà occidentale capitalista e consumistica. Vicino al PCF, viene comunque arruolato e dopo la capitolazione francese del 21 giugno 1940, avvenuta il giorno del suo compleanno, è fatto prigioniero dai tedeschi in Lorena con altri militari e internato in un campo di concentramento per soldati nemici a Treviri. Rifiuta di arruolarsi nell'esercito dei collaborazionisti del governo di Vichy e nel marzo 1941, grazie a un medico che fa riferimento alla cecità di un occhio, accompagnato da un documento d'identità contraffatto in cui si fa passare per civile, riesce a farsi liberare, evadendo dalla prigionia e partecipando alla resistenza francese nella formazione Combat, con la compagnia illustre di Albert Camus. In seguito alla Liberazione, Sartre conosce un successo enorme e per oltre un decennio domina il panorama letterario francese.
Promuovendo l'impegno politico-culturale come fine a se stesso, la diffusione delle sue idee avviene specialmente attraverso la rivista che fonda nel 1945, Les Temps Modernes. Sartre vi condivide la “penna” con Simone de Beauvoir, Merleau-Ponty e Raymond Aron e molti altri. Nel 1949 diventa membro di un comitato internazionale, assieme a Pablo Picasso, Tristan Tzara, Pablo Neruda e Paul Robeson, per ottenere la liberazione del poeta turco e comunista Nazim Hikmet, incarcerato dal governo del proprio paese, obiettivo raggiunto l'anno seguente. Con lo stesso Picasso, Simone de Beauvoir, Frida Kahlo e altri, indirizza nel 1953 un appello agli Stati Uniti per i coniugi Rosenberg, comunisti americani condannati a morte e poi giustiziati per presunto spionaggio a favore dell'URSS. La guerra di Corea, che scoppia nel giugno 1950, accelera il riavvicinamento al Partito Comunista Francese. Per Sartre la guerra implica che ognuno debba scegliere il proprio campo. Merleau-Ponty, in disaccordo, lascia allora, dopo Raymond Aron, Les Temps Modernes. Contro la visita del generale Ridgway, il 28 maggio 1952 il PCF organizza una manifestazione che finisce nella repressione e nel sangue, con la morte di due militanti e l'arresto di Jacques Duclos, segretario del PCF. L'evento sciocca Sartre al punto da parlare di un'autentica «conversione»: inizia a sostenere anima e corpo il PCF. Si lancia in un'amplissima spiegazione nell'articolo I comunisti e la pace dove chiarisce che il proletariato non può vivere senza il suo partito, il partito comunista, proclamando la necessità di assimilare il partito comunista al proletariato. Il PCF diventa così il solo partito in favore del quale ci si deve impegnare. Nel 1953 scrive: «Se la classe operaia vuole distaccarsi dal Partito (PCF), essa dispone solo di un mezzo: ridursi in polvere». Gli anni successivi sono carichi di attività politica e filosofica per Sartre, accanto alla sinistra marxista, maoista, e poi anarco-comunista. La scelta di campo non tarda ad avere conseguenze nei rapporti con il gruppo di amici-intellettuali: «Non accetto – polemizza disgustato Sartre – di seguire i miei ex-amici nella condanna dello stalinismo». Nel 1952 Sartre rompe anche con Albert Camus, che attacca i metodi coercitivi e sanguinari di Stalin: «non essendo noi membri del Partito, non era affatto nostro dovere pronunciarci sui campi di lavoro sovietici», spiegherà il padre dell’esistenzialismo.
Nel 1952, il filosofo partecipa alla Conferenza del Movimento per la Pace organizzata dai comunisti a Vienna e nel 1954, dopo un viaggio in Russia, con una serie di articoli per Libération elogia senza indugi e in toto il sistema socialista:
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«In URSS la libertà di critica è totale […] I cittadini sovietici criticano il loro governo molto più apertamente e in modo più efficace di quanto non facciamo noi […] La condizione socio-economica del popolo sovietico è in costante miglioramento […] Tutti sono ammirevolmente nutriti ed alloggiati... E non si recano all’estero non perché il governo lo impedisca, ma perché non hanno alcun desiderio di farlo […] Nel sistema sovietico l’interesse del singolo e quello della collettività sono perfettamente coincidenti […] L’URSS marcia verso il futuro».
Nel 1956, il filosofo transalpino respinge il rapporto segreto di Chruščëv sulle stragi di Stalin, dichiarando: «Trovo inammissibile l’esistenza dei campi di concentramento sovietici, ma trovo altrettanto inammissibile l’uso giornaliero che ne fa la stampa borghese […] Chruščëv ha denunciato Stalin senza fornire sufficienti spiegazioni, senza avvalersi di un’analisi storica, senza prudenza». La storiografia recente mostra la correttezza di tali obiezioni. Negli anni '60 fonda con il matematico e filosofo socialista riformista Bertrand Russell il Tribunale Russell-Sartre, che deve simbolicamente giudicare i crimini di guerra in Vietnam, e che poi si pronuncerà anche sul golpe cileno del 1973 e altre violazioni di diritti umani. Nel 1964, fatto di grande risonanza mondiale, rifiuta il premio Nobel. Dopo avere benedetto i moti studenteschi del '68, Sartre si rifà vivo negli anni '70, esaltando le gesta dei gruppi terroristici italiani, tedeschi e palestinesi. «Il terrorismo è l’arma lecita del povero», sentenzia giustificando la strage di Monaco compiuta dai terroristi palestinesi in occasione delle Olimpiadi del 1972. Già negli anni ’60 d'altronde aveva pronunciato più di un’apologia della prassi violenta «antiborghese e antimperialista». Nella prefazione ai Dannati della terra (1961) di Franz Fanon, il filosofo esistenzialista aveva sottolineato:
«uccidere un europeo occidentale è conseguire contemporaneamente due scopi: eliminare l’oppressore e l’uomo che di quell’oppressione è il frutto». Nel 1968, dai microfoni di Radio Lussemburgo, Sartre aveva così giustificato la rivolta studentesca e la violenza come giusta pratica reattiva: «La violenza è l’unica cosa che resta agli studenti che non sono ancora entrati nel sistema creato dai loro padri […] Nei nostri paesi occidentali infiacchiti, l’unica forza di contestazione di sinistra è infatti costituita dagli studenti […] La perfezione sta invece nei paesi marxisti e in particolare in Cina e a Cuba». Nella primavera 1970 Sartre accetta di entrare nel gruppo maoista Sinistra Proletaria, diventando direttore responsabile del giornale La Cause du Peuple, organo dalle cui pagine si incitano i militanti a sequestrare e chiudere nelle «prigioni del popolo» i direttori delle fabbriche e a linciare deputati e ministri.
Muore nel 1980 al culmine del successo. È l'intellettuale “impegnato” per eccellenza, icona della gioventù ribelle e anticonformista, in modo particolare della frazione maoista, di cui è diventato leader insieme a Pierre Victor (pseudonimo di Benny Lévy), passando dalla militanza nel PCF ad una posizione indipendente di tipo anarco-comunista, abbandonando sia il marxismo-leninismo che le sue derivazioni. Si stima che al suo funerale presenzino 50 mila persone. È sepolto nel cimitero di Montparnasse a Parigi.
Sartre è certamente uno degli intellettuali di area comunista più noti in Occidente. Ha assunto posizioni variegate e articolate riguardo ai paesi socialisti, al marxismo, all'anarchismo e alla politica del suo tempo. Non è riuscito ad essere in pieno ed in maniera duratura quell'intellettuale organico descritto da Gramsci, scadendo talvolta nel libertarismo individualistico, talaltra nel settarismo e nell'utopismo fondato su un'errata analisi della realtà, conseguenza del rifiuto filosofico del materialismo dialettico. Rimane un grande compagno che ha dato un'impronta unica al XX secolo, legando la sua immagine all'intellettuale impegnato e militante in lotta per la libertà, la giustizia e l'uguaglianza.
63. Fonti usate per questa breve presentazione: A. Rosselli, Intellettuali progressisti e marxismo, cit.; Jean Paul Sartre, Sitocomunista.it; Wikipedia, Jean-Paul Sartre.

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