28 Febbraio 2024

34.1. IL RAPPORTO CON IL SOCIALISMO REALE

Sul rapporto di Lukács con il socialismo reale e con Stalin si è detto molto.
Costanzo Preve84, che accetta la categoria di “stalinismo”, ha sintetizzato così la questione:
«Lukács entrò a far parte del movimento comunista nel 1919, l'anno della Rivoluzione Ungherese dei Consigli, e ci rimase fino alla morte avvenuta nel 1971. Egli visse quindi da comunista buona parte del Novecento, nelle quattro fasi storiche successive del leninismo, del pre-stalinismo, dello stalinismo vero e proprio, ed infine del post-stalinismo. Queste quattro fasi sono in realtà dominate da quella storicamente decisiva, cioè dallo stalinismo. Esiste una tendenza storiografica, dal francese Bourdet all'ungherese Fejto, che sostiene che Lukács fu uno stalinista organico, o quanto meno una sorta di “gesuita della rivoluzione”, un Naphta alla Thomas Mann, un intellettuale organico allo stalinismo sotto l'apparenza di una propria indipendenza di pensiero. Non voglio entrare nei dettagli di questa complicata questione storiografica, ma la mia opinione in proposito è diversa. Come scrisse a suo tempo la sua allieva Agnes Heller, lo stalinismo di Lukács non fu mai organico, perché l'essere staliniani non consiste nel condividere alcune scelte politiche di Stalin (il socialismo in un solo paese, i fronti popolari, eccetera), ma consiste nell'acquisire un abito mentale stalinista, cioè la rinuncia alla propria libertà di pensiero in nome di una fantomatica entità metafisica superiore chiamata partito.
Lukács non comprese mai, a mio avviso, il centro teorico della questione, […] egli connotò invece in modo un po' vago lo stalinismo come prevalenza della tattica sulla strategia, cioè come inversione dei due termini, con il risultato di perdere ogni legame fra politica presente, consegnata al cinismo manovriero, e finalità futura comunista, derubricata a vago orizzonte utopico ininfluente. La mentalità politica di Lukács non era dunque a mio avviso quella di uno stalinista, ma di una persona che aveva giocato il senso filosofico integrale della propria vita con la scommessa (assai più pascaliana che marxista) della propria internità al movimento comunista reale, e non ad un suo fantasma parallelo minoritario (trotzkismo, bordighismo, comunismo dei consigli, eccetera). La chiave di tutto è a mio avviso in una sua significativa ammissione: “Non volevo finire come Karl Korsch, escluso dal movimento comunista. Volevo partecipare alla lotta contro il fascismo dentro questo movimento storico”».
La critica di Lukács allo “stalinismo” sembra derivare dalla mancata comprensione dei tempi lunghi necessari per la costruzione del socialismo, e può senz'altro essere stato influenzata dalle accuse di Chruščëv. Non si può dimenticare l'appoggio alle riforme promosse proprio dal movimento “riformatore” chruščëviano, giudicate erroneamente anche nell'Ungheria del 1956 come una via per favorire una maggiore democratizzazione della società socialista, ed in particolar modo la concezione della
«democrazia come autogestione, come capacità dei cittadini di riunirsi per operare le richieste più svariate […], ma sempre finalizzate alla migliore organizzazione e realizzazione di quelle questioni che sono concrete e importanti per la vita quotidiana. La democrazia è per Lukács quell’insieme di regole che garantiscono il potere di intervento dei cittadini nella vita politica che, però, non sarebbe possibile se fra i cittadini stessi non ci fosse un rapporto vivo e attivo e se i cittadini, a loro volta, non intrattenessero un rapporto altrettanto attivo con la società nella quale vivono che ha il suo elemento distintivo nel contenuto umano rappresentato da ogni singolo individuo che fa parte di quella specifica formazione economico-sociale».
Questa necessità di una maggiore compartecipazione popolare coglie certamente nel segno, ma è un'accusa che non ha molto senso per l'URSS staliniana, obbligata costantemente ad uno stato di assedio. Si può e si deve invece certamente discutere sulle modalità con cui avrebbe potuto essere messa in pratica maggiormente nei periodi successivi della storia sovietica, caratterizzati da momenti di parziale “distensione” con l'Ovest capitalista. In ogni caso l'autore ha sempre rimarcato la sua internità e il suo appoggio all'URSS e al movimento comunista e anticolonialista mondiale: «Ho sempre respinto quel tipo di critiche che, insieme ai metodi staliniani, rifiutano anche il socialismo». E ancora: «Non ho mai compiuto alcun genere di tradimento contro il partito comunista e l’Unione Sovietica».85
Nonostante alcuni errori soprattutto politici, Lukács rimane un grande intellettuale marxista che ha saputo mettere la propria individualità e il proprio talento al servizio della lotta di classe contro le molteplici manifestazioni del nemico imperialista.
Sono meritati i giudizi elogiativi di quello che non a torto si può considerare non solo un gigante del marxismo, ma anche una delle menti più brillanti del XX secolo.
84. C. Preve, Il testamento di Lukács, cit.
85. L. La Porta, Lukács critico dello stalinismo, Critica marxista-Györgylukács.wordpress.com, n° 1, 2016.

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