28 Novembre 2022

06.4. DALLA PARTE DI STALIN

«Gli oppressi di tutti e cinque i continenti hanno provato una stretta al cuore alla notizia della morte di Stalin. Egli era l’incarnazione delle loro e delle nostre speranze». (1953)16
Bertolt Brecht giustifica a più riprese le purghe di Stalin, anche quando visita Mosca.
Il filosofo americano Sidney Hook ha riferito di una conversazione avuta con lui nel 1935 a Manhattan. Sollevando i casi di Zinov’ev e Kamenev, Hook chiede a Brecht come faccia a collaborare con i comunisti, che fucilano oppositori, poeti e dissidenti.
Secondo Hook la risposta di Brecht fu: «Più innocenti sono, più meritano una pallottola in testa». Che sia vera o meno (e probabilmente non lo è) Brecht ha lasciato scritto un giudizio inappellabile su questi processi e sulla concezione degli accusati:
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«Una falsa concezione li ha condotti ad un profondo isolamento e al crimine. Tutte le canaglie del paese e dell’estero, tutti questi parassiti hanno visto instaurarsi in loro il sabotaggio e lo spionaggio. Avevano gli stessi obiettivi dei criminali. Sono persuaso che questa è la verità, e che come tale sarà intesa nell’Europa dell'Ovest, anche dai lettori nemici... Il politicante che ha bisogno della disfatta per impadronirsi del potere, persegue la disfatta. Colui che vuol essere il “salvatore” opera per mettere in atto una situazione nella quale potrà “salvare”, e quindi una situazione cattiva... Trockij ha dapprima interpretato il crollo dello Stato operaio come una conseguenza della guerra, o meglio del pericolo da essa rappresentato, ma più avanti la stessa è divenuta per lui un presupposto alla sua azione pratica. Se la guerra arrivasse, la costruzione “precipitata” sprofonderebbe, l'apparato sarebbe isolato delle masse. All’esterno occorrerà rinunciare all’Ucraina, alla Siberia orientale, ecc... All'interno, bisognerà fare concessioni, tornare alle forme capitaliste, rinforzare o lasciare rinforzarsi i gulag; ma tutto ciò va nella direzione di una nuova azione, il ritorno di Trockij. I centri anti-stalinisti non hanno la forza morale di ricorrere al proletariato, non tanto perché siano vigliacchi, quanto piuttosto perché non possiedono una reale base organizzata in seno alle masse, non hanno niente da proporre, non hanno compiti da assegnare alle forze produttive del paese. Dunque, confessano. E possiamo pensare che confessino anche più di quanto non ci si aspetterebbe».17
A chi pensa che con gli anni il suo appoggio al socialismo si sia appannato basterà ricordare che ancora nel 1953 (soltanto tre anni prima di morire) rifiuta di dare il suo appoggio alle rivolte antigovernative dei lavoratori di Berlino Est di quell'anno. In una lunga lettera indirizzata all’editore Peter Suhrkamp, Brecht spiega quanto i lavoratori siano giustamente amareggiati. «Eppure – egli scrive – anche nelle prime ore del 17 giugno le strade presentavano un grottesco insieme di lavoratori non solo uniti alla gioventù più degradata… ma anche a figure rozze e grossolane appartenenti all’era nazista, il prodotto locale, gente che per anni mancava di una banda, ma che era rimasta lì tutto quel tempo».

Quando la rivolta operaia di Berlino è repressa dai carri armati sovietici, Brecht scrive al Presidente della Germania Orientale Ulbricht per congratularsi e rinnovargli il suo apprezzamento al regime comunista tedesco:
«Elementi fascisti sobillati dall’Occidente hanno cercato di sfruttare l’insoddisfazione del popolo tedesco (lapsus che indurrebbe a pensare che proprio il popolo tedesco orientale non dovesse spassarsela troppo sotto il regime comunista) per perseguire i loro subdoli e sanguinari propositi... Ma grazie al rapido e puntuale intervento delle truppe sovietiche questo tentativo è stato vanificato... Ovviamente, le forze armate russe non se la sono presa con gli operai, ma contro la marmaglia fascista e guerrafondaia composta da giovani diseredati di ogni risma che aveva invaso Berlino».
Brecht conosce bene la differenza tra ribelle e rivoluzionario e sa che non tutte le rivolte sono da appoggiare ma solo quelle utili all'avanzamento sociale complessivo per la costruzione del socialismo. Giudica evidentemente quelle rivolte infiltrate e sobillate da elementi reazionari, e come tali da condannare.
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Commento all'immagine: nei paesi “democratici” c'è una esplicita violenza data dal capitalismo di cui però spesso non c'è coscienza popolare. Nei paesi additati come “autoritari” (il riferimento all'epoca era chiaramente ironico da parte di Brecht, e riguardava l'accusa fatta all'URSS di essere un regime autoritario e non democratico) tale violenza dell'economia non esiste perché tale settore è controllato dallo Stato e dal popolo a proprio beneficio.
È stato messo in rilievo18 che Brecht abbia scritto una lettera in cui esprime privatamente i suoi «pareri concernenti la critica di Stalin». Questa lettera è scritta nel 1956, a seguito delle “rivelazioni” di Chruščëv, le quali abbiamo già visto essersi dimostrate completamente false. Brecht non poteva saperlo e le ha prese per veritiere, morendo poche settimane dopo.
Ciò non cambia nulla della sua grandezza ma testimonia solo ulteriormente dei danni provocati da Chruščëv al movimento comunista mondiale.
16. A. Rosselli, Intellettuali progressisti e marxismo. La posizione di alcuni famosi intellettuali «progressisti» nei confronti della Rivoluzione di Ottobre e dei regimi comunisti, Storico.org, 2005.
17. Citato in R. Romain, “Stalinismo”: alcune osservazioni sui processi di Mosca, Users.skynet.be-Communisme-bolchevisme.net, 29 giugno 2011, che riporta come fonte B. Brecht, Scritti sulla politica e la società, L.I. 1919-1941, Aufbau-Verlag, Berlino e Weimar 1968, p.172 e segg.
18. M. Acerbo, Bertolt Brecht: Sulla critica di Stalin (1956), Maurizioacerbo.it, 10 febbraio 2016.

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